W./E., “dress better than anyone else”

Arianne Phillips è da più di quindici anni la stylist di Madonna, regista del film, ma è anche – o soprattutto – la costumista di Walk the line e A single man di Tom Ford. Il suo lavoro nel vestire W./E., dramma romantico e struggente è sottolineato dalla fotografia che non trascura i dettagli, e dalla regia di Madonna, su cui non c’è bisogno di dire quanta attenzione dedichi al proprio look e alla moda.

La storia di Wallis Simpson e di Edward, che rinuncia al trono d’Inghilterra per lei, è per Wally Winthrop, ventottenne borghese contemporanea, una favola in cui rifugiarsi dalla crisi del suo matrimonio; ed è proprio grazie a Wallis che Wally, cercando un’immedesimazione, matura e realizza che c’è un punto di vista per ogni storia, felice o infelice.

Si può dire con certezza che il principe Edward, piccoletto della famiglia reale, non abbia mai indossato altro che completi su misura in tutta la sua vita, imparando presto ad apprezzarne i benefici sui tagli e sulla vestibilità. Ribelle anche nel look, era certamente un uomo a cui piaceva vestirsi e a cui dedicava molta attenzione: per il suo guardaroba Phillips si è rivolta a Dunhill (gestita ancora da Kim Jones al tempo della realizzazione del film) che aveva appena realizzato una collezione ispirata allo stile del principe Edward. Con alcune modifiche legate all’altezza di James D’Arcy che interpreta Edward (e che assomiglia a Ralph Fiennes, sì) i suoi abiti sono riprodotti nel dettaglio, dalla vita alta dei pantaloni alla scelta delle cravatte, grazie anche agli scritti lasciati dal principe Edward in cui spesso parlava di abbigliamento (famiglia reale in tempo di guerra, ma parliamo di vestiti và - textbook first world problems) (via).

Attractive, my dear, is a polite way of saying a woman’s made the most of what she’s got, dice Wallis Simpson (Andrea Riseborough) in uno dei suoi primi “incontri” con Wally, the only thing I could do was dress better than anyone else. Il sapiente lavoro di ricerca biografica di Phillips, aiutata da Doris Raymond (titolare di The Way We Wore, vintage shop americano) ricrea per Wallis più di 60 look dagli anni 30 agli anni 70 riproducendone il gusto e la ricercatezza.

Per Wallis gli abiti sono parte della sua identità, sono il modo in cui si presenta al mondo. Immigrata americana e trasferita in Inghilterra, nell’aristocrazia né nella società di classe alta americana non ci era nata ma ci si voleva inserire: consapevole anche dal modo in cui parlava del modo in cui gli abiti trasformano una donna, era anche molto diretta e onesta sul sapere di non essere una gran bellezza ma di sapere come presentare al meglio quello che era – the most of what she had.

Parte della borghesia aristocratica in grado di frequentare la famiglia reale, Wallis diventa una cliente affezionata di Coco Chanel, Madeleine Vionnet, Elsa Schiaparelli e Christian Dior, attenta al valore sociale  delle feste e dell’abbigliamento, ma è quando diventa l’amante di Edward che ogni suo look riflette il suo status. Tra i miei preferiti il completo a righe bianco e nero indossato con il cappello a veletta e l’abito bianco e azzurro con la spilla di diamanti.
Ma a raccontare la storia sono forse più i gioielli: la catena con i ciondoli a croce disegnati dal principe in persona e realizzati da Cartier è importante anche nella sceneggiatura, ed è proprio Cartier a realizzarne una riproduzione apposta per il film, insieme ad altri dieci pezzi ricercati tra aste, archivi e collezioni private. Anche Van Cleef & Arpels ha collaborato con la riproduzione di un bracciale, e la stessa Madonna ha messo a disposizione dei suoi gioielli personali (che però è barare, non vale, uffa) (via)

Wallis non indossava mai UNA collana, UN paio di orecchini, ma cose e cose e cose insieme: braccialetti E orecchini E collier E spille, uno più importante dell’altro.
Come si può vedere una progressione nella ricchezza e nello sfarzo di Wallis, allo stesso modo Wally cerca di avvicinarsi anche nello stile alla sua ispiratrice:

Se all’inizio i suoi accessori si limitano a un ciondolo di diamanti con l’iniziale W e all’orologio sottile e elegante di gusto retrò, più prosegue il film più le sue scelte si portano verso orecchini a pendenti di perle lavorate, collier di perle, e il punto luce con il diamante indossato quando incontra Mohammed Al Fayed. Ma è soprattutto nell’abbigliamento che la crescita e la rinascita di Wally si mostrano di più:

Come Wallis, anche Wally (Abbie Cornish) fa parte della classe alta: viene da Park Avenue, lavorava da Sotheby’s dove le ragazze non considerano spesso il personale di servizio, è sposata con un prestigioso psichiatra e a soli ventotto anni può permettersi di lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia. Eppure il suo look rigido ed elegante, con pezzi di Prada, Dolce e Gabbana e l’iconica borsa di Dior, di gonne a tubo, decoltè classiche e cardigan fissati con cinture sottili, si limita al nero come se fosse a lutto, metafora non troppo sottile che la nostra protagonista non sta troppo bene. Mentre prosegue il suo coinvolgimento nella storia di Wallis e la consapevolezza che non fu solo il principe Edward a compiere grosse rinunce per amore, anche nel look Wally cerca di imitarla, scegliendo linee di abiti più morbide, inserendo capi a fantasie retrò in bianco e nero, portando i capelli in onde morbide anni 30, addirittura indossando i guanti di Wallis comprati all’asta alla modica cifra di undicimila dollari. Solo dopo la definitiva rottura del suo matrimonio la vediamo prendere consapevolezza di sé e del suo corpo – finalmente incinta, lasciarsi alle spalle la rigidità e la cupezza, fino al finale in cui con la voce di Wallis, ma soprattutto l’aiuto di Evgeni, è pronta a scegliere il meglio per sé. Bellissimi i look della sua visita a Parigi, il tubino bianco con il cardigan traforato e l’abito asimmetrico nero a inserti bianchi.

Wally compie perciò anche nel look un percorso in cui riesce a immedesimarsi e infine a superare il legame romantico con il personaggio di Wallis, e a separarsene con una nuova pace.
Non si vede alcuno sforzo in questo film, e i costumi ne sono protagonisti quasi quanto il cast. Ho già detto che lavorare su personaggi realmente esistiti è un punto di partenza vantaggioso per i costumi, ma ricrearli, metterli effettivamente in scena in modo coerente e credibile può diventare più impegnativo. Arianne Phillips ha ottenuto con questo lavoro una candidatura all’Oscar, e certamente se la meritava.

immagini © 2011 – The Weinstein Company, © 2011 – GQ

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