Romeo+Juliet, era il 1996

Era il lontano 1997, quelli della mia età andavano ancora a scuola, un posto dove per insegnare Shakespeare si faceva vedere Zeffirelli (la mia professoressa invece ci portava a vedere Ferdinando Bruni, ma questa è un’altra storia), e Leonardo DiCaprio doveva ancora imbarcarsi sul Titanic, Claire Danes doveva ancora diventare pazza precisa (cit.) e quell’altro non aveva ancora iniziato a gridare WALT fracassandoci l’anima. Io ascoltavo i Radiohead, sono andata al cinema senza sapere nulla di Baz Luhrmann, sono uscita dal cinema che avevo deciso che volevo lavorare nel cinema.

Prima che diciate qualsiasi cosa, non paragonerò questo Romeo + Juliet al Romeo e Giulietta di Zeffirelli. Non ce n’è motivo. Sono due cose diverse. Fine dell’argomento Zeffirelli. Vi giuro. Quindi quando adesso dirò che BAZ LUHRMANN E’ UN GENIO non scrivetemi nei commenti “si ma Zeffirelli”.

BAZ LUHRMANN E’ UN GENIO.

Premesso che l’uomo in questione aveva già vinto premi su premi ambientando una Boheme negli anni ’50 (no, per dire), quello che fa con questo film è prendere il testo della tragedia più conosciuta amata e studiata della storia e metterla altrove. E quell’altrove è quanto di più lontano si possa immaginare dall’ambientazione originale, Fair Verona: un immaginaria località contemporanea dove le spade diventano pistole, i cavalli automobili (bruttissime), e i Montecchi e i Capuleti due gang rivali, gli scappati di casa e i tamarri.
Il testo originale di Shakespeare diventa punto centrale, spogliato e ricollocato in un montaggio frenetico con una colonna sonora che fa invidia a Tarantino, recitato con la grammatica seicentesca e l’accento californiano: perché è una storia talmente universale che può essere messa dappertutto, anche in una baracconata di azione e coreografia come questo film, appassionare un pubblico che non si pipperebbe mai il mattone di Zeffirelli e risultare credibile anche quella quindicina di anni dopo.

Baz Luhrmann è uno dall’immaginazione brillante (e ha sposato Catherine Martin, scenografa di tutti i suoi film) e l’aspetto visivo, sia delle scene che dei costumi di Kym Barrett,  è quello che più colpisce di questo film, dove la vistosità -sia nell’insieme che nei dettagli- stordisce gli occhi dello spettatore fin dalla scena iniziale: i Montecchi e i Capuleti ci vengono presentati in una scena isterica e diretta, dove il contesto urbano e la situazione delle due famiglie si distingue solo dal loro stile; nessuno ci spiega le ragioni dell’odio tra i Montecchi e i Capuleti, né da quanto va avanti né quali siano i retroscena. Ma da come scendono da quelle macchine si capisce che -di fatto- le due famiglie sono più simili di quello che vogliono far credere. Al di là della simmetria di alcune inquadrature, le due gang sono identiche, rissose, guidate da una rivalità che supera il buon senso, si portano armi dappertutto e si odiano a pelle: la differenza si vede nell’opposta caratterizzazione visiva dei due gruppi:

i Montecchi (gli scappati di casa)

Sono un gruppo di allegri fattoni da spiaggia, che girano in camicie hawaiane aperte, occhiali da surf, capelli punk e tatuaggi sulla nuca e in generale sembrano i Red Hot Chili Peppers da piccoli. Colorati e chiassosi, i loro costumi sembrano comunicare un’irrazionale bisogno di fare casino ma soprattutto che questo casino sia a scopo ricreativo.

Tra loro spicca Mercuzio, che si presenta come appariscente drag queen ma è l’unico a restare sempre in bianco dopo la scena della festa, collegandosi a Romeo per il quale si sacrifica. Il colore blu dello stemma si ripete con variazioni e note in vari elementi, soprattutto le camicie dei ragazzi. I genitori di Romeo sono invece una coppia elegante e austera, lui sempre con la camicia da smoking e lei con le parure di diamanti, simbolo della coppia moderna concentrata sulla carriera e della mancanza di comunicazione con il figlio che scrive poesie da solo in spiaggia.

Anche l’ambiente in cui si muovono è un luogo di divertimenti, abbandonato e decaduto, ma dove il tema del gioco è sempre presente, tra giostre, sale da biliardo, palcoscenici e soprattutto la spiaggia. L’acqua è un simbolo costante e ripetitivo, rappresenta vita e morte allo stesso tempo, e Luhrmann ce la fa vedere un po’ in ogni ambiente.

I Capuleti (i tamarri)

Al contrario i Capuleti (i tamarri) sono la gang latina, ben pettinata e curata, dove i tatuaggi sono sul petto e sulla schiena e in cui l’elemento ricorrente è il rosso e lo smalto delle decorazioni delle armi. L’estetica e la cura maniacale ed eccessiva dell’immagine di questa famiglia diventa esagerazione e ostentazione. Tebaldo, principe dei gatti, ha i gatti nei tacchi delle scarpe e le sue scene di lotta sono girate come coreografie di flamenco.

Come tutte le vere famiglie che si rispettino hanno dei legami molto forti tra di loro e a differenza dei Montecchi anche i genitori di Giulietta hanno lo stesso tipo di caratterizzazione visiva del resto della famiglia:

Il povero Paris viene invece descritto come lo stereotipo del bravo ragazzo senza arte né parte, con la cravatta nei momenti giusti e lo smoking nei momenti giusti. Alla festa va vestito da astronauta, lo stereotipo dell’eroe. Mentre il gusto non è la prima cosa che viene in mente guardando questa famiglia, in cui l’incomunicabilità con la figlia e il disinteresse nei confronti delle sue aspirazioni è sottolineato -come nell’altra- dalla differenza con l’immagine di Giulietta.  Del resto hanno la piscina più pacchiana del mondo e abitano in una casa piena di madonne dappertutto:

Ma è nella scena della festa che lo studio dei costumi diventa iconico, in cui tutti i personaggi sono didascalici senza essere forzati – grazie, è una festa in maschera – così mentre i Montecchi arrivano vestiti da rave (?) e Mercutio da drag queen, Tebaldo e i suoi da diavolo e scheletri (altri elementi della cultura latinoamericana), il povero Paris si presenta – si diceva – vestito da astronauta, mentre i sobri genitori Capuleti da Cleopatra e Bacco, la prima fissata con l’accoppiamento della figlia, e il secondo ubriaco che si diverte alla sua festa.
E Romeo è vestito da cavaliere, letteralmente in a shining armor.
E Giulietta è vestita da angelo.

Spero di non dovervi spiegare perché per Giulietta Romeo è il cavaliere che la salva mentre lei è per Romeo l’angelo che stava cercando.
E, se avete letto fino a qua, neanche perché sono più che convinta che su Leonardo DiCaprio e Claire Danes il buon Baz Luhrmann ci aveva visto lungo.

Romeo, eroe romantico e misterioso, ha nel suo guardaroba un qualcosa di vintage e legato al passato; innamorato di Rosalina (meno perdutamente di quello che credeva) lo si vede la prima volta in spiaggia, con una camicia anni 70 con il collo a punta e i bottoni perlati (!), si sposa in blu con una cravatta a fiori e una giacca retrò (guarda dove arrivano quei bottoni) – Montague style – e sul finale, già assassino di Tebaldo, è esattamente vestito come gli altri della sua parte, con una camicia a fiori da spiaggia: da marito di Giulietta aveva cercato di trovare la pace, ma ormai non è più niente di diverso da loro.

Quello che caratterizza Giulietta è invece sempre la semplicità nell’abbigliamento, il cui contrasto con la casa e la sua famiglia si vede fin dalla sua prima scena, seduta in accappatoio bianco sul letto mentre sua madre si fa strizzare in un costume da Cleopatra in una stanza piena di scarpe e vestiti. Anche in casa è in jeans e maglietta, dorme con un infantile pigiama rosa e si sposa con Romeo in un semplice abito bianco scollato sulla schiena e con i capelli raccolti; l’abito chiuso e castigato, a maniche lunghe, è quello che le farebbero indossare i genitori per sposare Paris ed è quello con cui conclude tragicamente il film nella cripta.

Romeo e Giulietta rappresentano anche con i costumi quello che li fa risaltare sullo sfondo di un mondo caotico e baraccone, tamarro e violento: sono due anime pure, innocenti, bianche e candide. E il bianco delle lenzuola, la trasparenza dell’acqua che filtra il loro primo incontro è il colore che li accomuna e li unisce, li rende più visibili e riconoscibili in un mondo dove tutto è colore, tutto è rumore e stimolo esageratamente visivo.

La creazione di Luhrmann è molto più che un montaggio contemporaneo, è la dimostrazione – mi ripeto – che la storia di Romeo e Giulietta, degli amanti nati sotto una cattiva stella, è universale, antica e contemporanea allo stesso tempo, e la regia lo racconta senza risparmiare citazioni (nei cartelloni pubblicitari), analogie più o meno esplicite, colori abbaglianti (il risveglio prima della fuga di Romeo) e scuri (il tramonto mentre Giulietta muore, il nero mentre Romeo uccide Tebaldo), metafore (l’acqua e il fuoco) e una cura dei dettagli pazzesca.
(dettaglio estemporaneo sulle armi e sull’argento, di entrambe le parti:)

Fino al finale.
Che è quando è pensato “io da grande voglio fare quel lavoro lì”. Il set di quella scena. Io da grande voglio apparecchiare le chiese.

Le croci di neon.
Le candele.
La simmetria.
La camicia a fiori con i neon e le candele e i bottoni del vestito di Giulietta, la catena ancora attaccata all’anello.
Il mio cervello è esploso di fronte alla netta sensazione di quanto surreale fosse l’ambiente e l’immagine e quanto forte facesse sentire ancora di più che la storia finisce così, sempre. Maledetto Shakespeare.
Ma soprattutto, il silenzio.
Dice che Baz Luhrmann ha mandato ai Radiohead gli ultimi dieci minuti del film per chiedere un pezzo per i titoli di coda.
Loro l’hanno chiamato Exit music (for a film) e questo dice un po’ tutto quanto.

Vorrei ringraziare una snob e Silvia con cui ne abbiamo chiacchierato su twitter qualche tempo fa, e anche la mia amichetta del liceo a cui piaceva tanto tanto Leonardo DiCaprio e che mi ha portato al cinema.

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