Lo chiamavano Jeeg Robot: i costumi raccontati da Mary Montalto

Dopo aver visto Lo chiamavano Jeeg Robot avrei voluto dire e scrivere un milione di cose. Ma ehi! ho aspettato a scrivere, primo un po’ perchè sicuro tutti avrebbero avuto da dire delle cose più intelligenti, (e puntualmente, eccole) secondo ero in attesa di Contributi Esclusivi Bellissimi Che Trovate Più Avanti.

Diciamo che avevo l’aspettativa abbastanza alta, perchè sono una fan delle persone che provano a fare qualcosa di diverso, ma sono rimasta comunque spiazzata da quanto è stato entusiasmante.

Pensando alla premessa, una storia di supereroi a basso budget ambientata nella periferia romana, quanto poteva essere alto il rischio che fosse una baracconata? E invece no, non è baraccone per niente, è un film divertente e emozionante, che riesce a essere credibile e vero in ogni scena anche con l’elemento fantastico in mezzo, mantenendo comunque un senso d’autore da cinema italiano. E anche nell’andare sopra le righe, il regista Gabriele Mainetti ci mette un equilibrio, una delicatezza da autore affermato che sa calibrare bene momenti esilaranti e momenti durissimi, citazione e invenzione. Cerco di spiegarmi: non c’è bisogno di fare paragoni con i film americani, è proprio una cosa diversa. E nel suo essere una cosa diversa, funziona, e funziona bene. Perchè i film con gente buona e complessa che ottiene dei superpoteri e cerca di salvare il mondo (partendo dagli Stati Uniti, ovviamente) sono divertenti, ma ne abbiamo visti tanti. Ma film di gente moralmente dubbia che ottiene dei superpoteri e li usa per disfare un bancomat? o per fermare un tram sollevandolo? o di gente che vuole tantissimo dei superpoteri per avere più visualizzazioni su YouTube? eh? appunto*.

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E se per rendere credibile e viva questa storia quel figo di Mainetti ha scelto tre attori altrettanto fighi, eccezionali, e meritatamente candidati ai David di Donatello (Luca Marinelli una spanna sopra gli altri, mi perdoni Santamaria**), il film di candidature ne ha raccolte 16, a dimostrazione che quando una cosa è fatta bene, si vede. E io spero ne vinca tantissimi***.

Perchè, per quanto si tratti di un film di supereroi fatto in Italia, e in parte mi spiace anche usare quest’espressione perchè oltre a questo, che certo è l’aspetto più eclatante, è anche, soprattutto, un gran bel film, esattamente, pur andando sopra le righe, pur esagerando nella sospensione dell’incredulità, non finisce mai nella baracconata. E’ tutto raccontato come una storia vera e credibile, e sembra vera e credibile. Da Santamaria in mutande che mangia yogurtini guardando porno, a[SPOILER]ll’idea che se in Italia vuoi “fare il botto” devi andare a parare sullo spettacolo becero in televisione prima e sul derby poi, tutto è incredibilmente reale. Questa è una storia di supereroi, o meglio, persone con dei superpoteri, ambientata nella periferia di Roma e che non potrebbe essere ambientata altrove****. E tutto ha una coerenza visiva perfetta, che non arriva mai all’esagerazione. E io penso che sia stato un lavoro di gruppo eccezionale, con una splendida visione di insieme che un personaggio poliedrico come Mainetti ha trasmesso a chiunque abbia fatto parte del cast e della crew, e il film è bellissimo e io quando vedo che queste cose strepitose le sa fare anche il cinema italiano mi prendo bene.

E visto che io quando vedo delle cose fichissime mi partono i cuoricini e l’entusiasmo, sono riuscita a scambiare qualche mail con la costumista del film, Mary Montalto, che mi ha parlato del suo lavoro per questo film, di verità, di coerenza e… maglia.

I supereroi di solito arrivano al cinema dopo anni di fumetti e in qualche modo con un’immagine chiara per il pubblico. In questo caso, partendo da zero, quali sono state le ispirazioni per i personaggi? quanto c’è degli attori che li interpretano nei loro costumi?

MM: Il lavoro del costumista è quello di permettere all’attore di calarsi anche fisicamente in un ruolo. Deve sentirsi a proprio agio nel costume di scena per poter credere, lui per primo, al personaggio che interpreta e che, quasi mai, gli somiglia. È un lavoro di squadra, anche con truccatori e parrucchieri, e prima di tutto insieme al regista. In questo caso Gabriele Mainetti è stato molto presente e decisivo. La linea che ha ricercato è stata sempre quella della verità. Aveva bisogno di una rappresentazione sincera della realtà contemporanea per poter svolgere il compito più difficile: sospendere, solo con la forza della sua storia, l’incredulità dello spettatore. Enzo Ceccotti diventa supereroe suo malgrado, non ha un costume pronto nell’armadio da indossare per l’occasione, è un piccolo delinquente che somiglia di più al teppista di strada. Ha jeans e felpa scura perché sono pratici e si notano poco e lo scaldacollo di pile perché va in motorino e ha bisogno di stare caldo. Indumenti che si trovano ovunque, dalla boutique alla bancarella, e che tutti indossano, più o meno giovani, più o meno ricchi. Da questa aderenza alla realtà, ricercata in tutto il film, e’ poi la sceneggiatura che riesce a convincere lo spettatore che quell’uomo comune è davvero un supereroe.

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Il fatto che la storia sia ambientata in una parte quasi estrema di Roma mi ha fatto pensare in alcuni punti a delle somiglianze con i fumetti di Zerocalcare, per esempio, o con i personaggi di Sollima. Non sono mai stereotipi nè caricature. Qual è stata la parte più difficile nel rendere credibili gli aspetti fantastici della storia?

Nel mio immaginario Enzo Ceccotti, con il suo cappuccio nero, scegliendo il Bene al posto del Male, passa dall’essere un potenziale Black Bloc a diventare un romanissimo Obi Wan Kenobi. Naturalmente ci sono i gusti personali (nel mio caso senza dubbio Zerocalcare!), ma i riferimenti collettivi sono importanti, viviamo in un mondo fatto di immagini.

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Per il personaggio dello Zingaro ci siamo posti gli stessi interrogativi. Che gusti potrà mai avere un ragazzo cresciuto in borgata, in un canile semi buio, con la TV sempre accesa, che sogna di diventare famoso apparendo in qualche show televisivo pieno di luci e pajettes? Anche il suo soprannome (zingaro) era importante… Per aderire il più possibile alla realtà, ho girato i negozi della periferia romana da Ciampino alla Tiburtina, poi ho rimescolato le suggestioni che mi dava il regista (dal fumetto Manga “Lupin III” al film “Amores Perros” di Inarritu e “Old boy” di Chan-Wook), e ho aggiunto la mia passione per certe forme e colori che desideravo essere senza tempo. Le prove costume con Luca Marinelli (lo Zingaro) sono state le più lunghe e laboriose, e ricercare la semplicità e la credibilità contemporanea in un personaggio così elaborato non è stato facile. A differenza di Enzo Ceccotti, che non ha un costume da supereroe nell’armadio, lo Zingaro ce l’ha eccome ed è il costume che usa per esibirsi cantando nei localacci romani: per effetto della narrazione il costume indossato per interpretare Anna Oxa in onore dei napoletani diventa la sua divisa da supereroe al servizio del Male. 

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Il disegno di quella giacca (cucita identica anche per la controfigura), è nato da una commistione di immagini “luccicanti” da Renato Zero a David Bowie a Gary Glitter (un cantante inglese pop-glam degli anni ’70 che cantava “I’m the leader of the gang”….), poi il pantalone aderente e lo stivaletto da ballerino di Flamenco che avevano a che fare col suo soprannome di “Zingaro” e la giacca aperta con tanto di tatuaggio di chi ama mostrarsi e apparire. Il guanto punk di pelle nera è invece un omaggio alla coraggiosa esibizione di Anna Oxa con lo stesso pezzo al Sanremo del 78.

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Per la romantica, fragile e stralunata Alessia, il punto di partenza è stato sempre lo stesso: la verità. Ho preso i suoi costumi di scena dove avrebbe potuto comprarli lei, nei negozi sotto casa a Tor Bella Monaca, ho speso i soldi che avrebbe potuto spendere lei, dalla bancarella al cinese, col gusto un po’ naïf di una ragazza cresciuta ma rimasta bambina, ricercando nei colori il suo immaginario manga del cartone Jeeg Robot, scegliendo tinte accese dal giallo al fucsia  fotografate magistralmente dal DOP Michele D’Attanasio). L’abito da Principessa che tanto sogna, alla fine lo trova proprio in un negozio di Cosplay e infatti il disegno si ispira a quel mondo, con un pizzico di Cenerentola alla Disney. Per quell’abito, anche quello confezionato in doppia copia per le scene d’azione, ci sono voluti metri e metri di tulle e la perizia della nostra straordinaria sarta.

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(comunque la domanda che tutti stavate aspettando, ne sono certa, è la seguente)

come è nata l’idea della maschera fatta a maglia? E soprattutto chi l’ha realizzata? Applausi.

MM: L’idea della maschera fatta a maglia era già in sceneggiatura, raccontava il personaggio di Alessia, la sua passione per Jeeg Robot, l’amore per Enzo, il modo in cui vedeva il mondo, la sua fiducia nella vita nonostante tutto. La realizzazione doveva tener conto di tutto questo e rappresentarlo fedelmente. Non è stato semplice. Dopo aver fatto lo studio del disegno, ho cercato i materiali scegliendo vari tipi di filati, dal cotone alla lana, al laminato, con vari tipi di pesantezze, come se fossero avanzi da vecchi gomitoli riciclati, ma restando fedele ai colori originali di Jeeg Robot. La ricerca di un’artigiana disponibile a imbarcarsi in questa impresa mi ha portato in giro per tutta Roma, per poi arrivare, ormai disperata, molto più vicino a me di quanto non pensassi possibile, da una curiosa e gentile signora inglese trapiantata a Roma, ormai ottantenne, che ha accettato l’incarico senza batter ciglio. C’è voluta tutta la sua pazienza per mettere insieme le nostre idee, montare e rismontare il lavoro a maglia varie volte per ottenere il risultato che soddisfacesse per primo il regista. (Grazie mamma!).

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Vi riporto anche la conclusione di Mary, che in poche righe riesce a riassumere la bellezza di fare questo lavoro, sperando di vedere realizzate sempre più spesso delle belle idee come quella di Mainetti.

Tutto sommato credo di poter dire che l’intero lavoro, per quanto mi riguarda, è stato, come per il funambolo, un equilibrio precario tra la realtà più cruda e un paese delle meraviglie inventato. Essere arrivati dall’altra parte senza cadere giù dalla fune mi pare un gran risultato“.

Altre cose bellissime, random: i disegnini sul muro, il proiettore, gli yogurtini, la sigla cantata da Santamaria himself, “ma tu chi sei? Hiroshi Shiba”, il/i balletto/i dello Zingaro, tutte le interviste di Mainetti in cui si vede che si è divertito un casino.

Vedere al cinema Lo chiamavano Jeeg Robot è stata un’emozione davvero non da poco. Davvero in tempi recenti mi è capitato poche volte di essere così entusiasta di aver visto un film. E se non l’avete ancora visto, andateci di corsa. Prendete in prestito un motorino, se vi serve.

Grazie a Mary Montalto per il testo e le immagini, e a Goon Films per la disponibilità.

gli asterischi:

*ci sarebbe da fare tutto un discorso lungo e articolato sul fatto che di gente che prova a fare del cinema in Italia che non sia il solito Prestigioso Cinema Italiano D’Autore o la Commedia Caciarona Italiana Da Multisala, ce n’è, e ci provano, e la linea, con tutto l’affetto, non va verso Salvatores e il suo Ragazzo Invisibile ma verso la generazione di Mainetti, vorrei sperare. Le idee ci sono, vorrei tanto tanto che venissero prodotte più spesso. C’è gente più qualificata di me per parlarne, io mi limito a parlare di costumi, ma per dire: pure Perfetti Sconosciuti era intenzionalmente interessante, ma poi c’era di nuovo la moglie isterica, l’amico infame, la Rohrwacher che faceva le faccette. mi limito a dire: Un altro percorso esiste.

**Esistendo in questo post una vera e propria intervista ottenuta grazie alla segreteria di Goon Films cercherò di essere seria e fare uno sforzo per non commentare quanto è incredibilmente bono Santamaria in questo film anche se pesa cento chili e non si capisce quando parla (eh, io sono milanese), però avete visto anche voi vero che manz- Ecco, niente, vabè.

***Aiutatemi a riassumere “Lo chiamavano Jeeg Robot è il Mad Max Fury Road del 2016” in un hashtag più abbreviato.

****Voglio dire, anche Deadpool, che pure quello è un film Marvel anomalo nel suo rompere continuamente la quarta parete, anche se inizia in tuta e decide che il costume deve essere rosso perchè se no si vedono le macchie di sangue, che forse è l’unica volta che si sente spiegare effettivamente una scelta di costume in un film Marvel, alla fine la sua tutina da supereroe ce l’ha pure lui.
Enzo Ceccotti invece ha le scarpe di camoscio e si taglia un piede.

The Danish Girl

C’è un’inevitabile fortissima connessione tra personaggio e costume, tra abbigliamento e identità, in “the Danish girl”, di Tom Hooper, versione romanzata della storia di una delle prime donne transgender della storia nei rigidi anni 20 dell’Europa del nord.

Eddie Redmayne vuole un altro oscar! Infatti, dopo averlo già vinto con una storia di trasformazione l’anno scorso con La teoria del tutto, a questo giro interpreta Einer Wegener, pittore danese che realizza di essere in realtà Lili, una donna intrappolata nel corpo sbagliato, e, accompagnato dalla moglie Gerda, artista esordiente che resta al suo fianco nonostante le difficoltà nell’accettare i cambiamenti, riesce a “liberarla”, diventando una delle prime persone nella storia a subire un intervento chirurgico per cambiare sesso.

Il film è ambientato tra Copenhagen e Parigi tra il 1926 e il 1931, un periodo in cui la moda femminile subiva la propria liberazione grazie alle idee di stilisti come Jeanne Lanvin, Coco Chanel e Paul Poiret, a cui si è ispirato in gran parte il costumista spagnolo Paco Delgado per gli abiti di Lili e Gerda.

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Per me ci sono due elementi-applauso: la vestaglia-kimono che Gerda indossa in casa all’inizio del film, morbida e sensuale, con ricami delicati e colori pastello, al contrario degli abiti rigidi con cui i due personaggi ci vengono presentati: la palette di Gerda resta confinata a grigi e blu come quella di Einer, e se la rigidità degli abiti e dei tessuti pesanti è dovuta alla rigidità della società danese del periodo, quella degli abiti di lui, con i colli altissimi e le giacche e i pantaloni stretti, sono più una gabbia che intrappola Lili in una conformità che non le appartiene.

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“Volevamo vedere una progressione nella vita di Lili, e allo stesso tempo volevamo mostrare come si stava liberando dai vincoli del corpo in cui stava vivendo”. Ha detto Delgado, da cui la scelta di lane pesanti e capi sartoriali e stretti in blu, grigi e neri. Intanto, Jan Sewell, hair &make up designer, con cui sia Hooper che Redmayne avevano già lavorato in “Les Miserables”, ha sottolineato le caratteristiche maschili dell’attore, creando anche una parrucca da uomo appropriata all’epoca. “Eddie è, chiaramente, un bell’uomo, quindi all’inizio, quando Lili si presenta come Einar ho dovuto sottolineare la sua mascolinità quindi ho usato molte ombre e illuminanti”. Non è un caso nè un vezzo neanche la parrucca corta: per le donne negli anni ’20 tagliarsi i capelli corti era un gesto coraggioso, quindi anche in questo senso, Lili cerca di ribellarsi alla moda. C’è però in lei un bisogno di dimostrare qualcosa, e quando Lili si presenta in pubblico la prima volta, è quasi esagerata, nel trucco, e nel rosso esagerato della parrucca e del rossetto, una dimostrazione scherzosa e sopra le righe di femminilità: “Come con tutto nella vita, bisogna avere un’educazione, bisogna sperimentare con le cose”, ha spiegato Delgado. “Ovviamente se sei transgender sei stato cresciuto secondo un genere che ti è contrario. Volevamo mostrare come l’intera esperienza e il vestirsi nella vita vera potessero essere un problema. Volevamo mostrare quest’esagerazione”. Così all’inizio Lili sceglie un abito teatrale, appariscente, ha un rossetto molto acceso e un’acconciatura evidente; con lo scorrere del tempo, sentendosi più a suo agio, adotta uno stile più moderno, di una donna che non esagera.

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La parte più complicata è stata vestire Redmayne in abiti dell’epoca, impossibile fargli indossare dei capi originali sia per taglia che per reperibilità: le taglie femminili erano molto più piccole perchè le persone erano mediamente più minute, e Redmayne è in più molto alto. In più, i tessuti e le lavorazioni degli anni 20 non hanno retto lo scorrere del tempo facilmente: si usavano tessuti troppo leggeri e spesso le decorazioni di ricami e perline, anche solo per il peso, rovinano gli abiti vintage, che si trovano quasi sempre pieni di buchi e strappi; e non ci sono molti esemplari conservati visto che nel dopoguerra degli anni 40 probabilmente il grosso degli abiti sono stati riciclati e riutilizzati.

Ed è infatti così che ha lavorato Delgado, acquistando pezzi vintage per smontarli e riutilizzando il tessuto. Che è una cosa che da un lato fa un po’ piangere pensando a quei poveri vestiti che erano sopravvissuti, ma dall’altro lato, considerando i danni che già probabilmente avevano, dall’altro deve essere molto bello ridare vita a un abito degli anni 20. Per metterlo addosso a Eddie Redmayne. No, seriamente, davvero.

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Per i modelli gran parte dell’ispirazione viene dalle opere di Gerda Wegener e Lili Elbe stesse; studiandone gli archivi ma cambiando i colori per dargli un tono più delicato e leggero (del resto gran parte della storia dei due personaggi è stata rimaneggiata, e spesso in modo radicale) così come i dipinti utilizzati nel film sono stati riprodotti dalla scenografia per assomigliare di più ai personaggi. L’unico abito riprodotto fedelmente è quello di Ulla (Amber Heard), la ballerina, evento scatenante della liberazione di Lili.

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Redmayne avrebbe voluto un punto vita più definito, ma sarebbe stato anacronistico; per cambiarne le forme Delgado si è servito di quello che avrebbe utilizzato la stessa Lili, corsetto e accessori. “Non abiamo aggiunto imbottiture nè sul busto nè sui fianchi. I cambiamenti che si vedono sono soprattutto dovuti al taglio, alla silhouette e dall’uso del design di elementi come tessuti e applicazioni sul busto per creare più volume, o pieghe sui fianchi per accentuare la forma. Ma non abbiamo modificato il corpo, cercando di imitare quello che avrebbe fatto Lili. Non aveva subito interventi per cambiare la forma del suo corpo, era se stessa”.

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Nel momento in cui i due personaggi si trasferiscono a Parigi, dal clima più spensierato e caldo, in parallelo anche il tono dei costumi. Parigi era la metropoli del mondo, il posto in cui diventare qualcuno negli anni 20. E a Parigi cambia la vita dei personaggi, entrambi più liberi di essere se stessi, in quello che è il loro momento più felice, e gli abiti cambiano di conseguenza prendendo colori più caldi e forme più morbide, ispirate a Coco Chanel, prima stilista a cambiare radicalmente la moda femminile introducendo il jersey e permettendo alla donna più movimento e libertà.

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Il secondo momento applauso per me è l’abito crema con la sciarpa lavanda, interpretazione eccezionale della ricerca di identità di Einar-Lili, che non capisce in quel momento chi essere, nè come farlo: un completo che non definisce il personaggio, troppo maschile per essere una donna, troppo femminile per essere un uomo. L’ho trovata una rappresentazione perfetta della fragilità del personaggio in un momento così drammatico.

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La liberazione di Lili nasce come uno scherzo, una recita, e parte dai costumi di scena di un teatro in cui Einer e Gerda giocano tra tessuti e parrucche. Sono la sensualità delle calze e dell’abito di Ulla, la seta della sottoveste di Gerda a sedurre Einar, e la stessa delicatezza si ripete nei tessuti con cui poi Lili sceglie di vestirsi, nella sciarpa che da elemento utilizzato per nascondere la mascolinità del collo di Einar diventa simbolo della relazione tra Gerda e Lili fino a liberarsi nei paesaggi che Lili aveva sempre amato.

Delgado ha dichiarato che Hooper gli ha spiegato il film prima e soprattutto come una storia d’amore, e in secondo luogo, è il percorso di Lili, “come è diventata chi era”. Di fatto, la libertà di identità è fortissima, evidenziata non solo dalle interpretazioni di Redmayne e Vikander, ma anche nei costumi, trucco e parrucco e scenografia di ogni singola scena. Nell’anno in cui Caitlin Jenner ha conquistato la copertina di Vogue, mi ha lasciato comunque perplessa la scelta (mossa destinata a raccogliere diversi premi), anche per un film con una storia produttiva complicata (il primo progetto è del 2004) di affidare il ruolo di Lili a Eddie Redmayne, bravissimo e androgino al punto giusto, certo, ma sarebbe stato forse più edificante e significativo dare quest’importante ruolo a un’attrice transgender: la prova di Redmayne spezza il cuore, e la recitazione perfetta supera qualsiasi barriera (ricordate Cate Blanchett che fa Bob Dylan in Io non sono qui?, o Felicity Huffman in Transamerica? ), ma rimane che dando il ruolo a un uomo si perde un po’ di credibilità, e si è persa una bella occasione.

(per chi vuole altre cose nelle interviste di Paco Delgado su Harper’s BAZAAR e WWD)
immagini Focus Features

Brooklyn

Brooklyn è una deliziosa storia di emigrazione e amore ambientata nei primi anni 50 tra il più piccolo dei paesini di provincia irlandesi e Brooklyn, appunto. Protagonista è Saoirse Ronan, una che non vince abbastanza premi solo perchè in giro c’è Jennifer Lawrence, o se no non me lo spiego. Qui un adorabile video in cui illustra la pronuncia dei nomi irlandesi, per la vostra gioia.  Curiosamente, Brooklyn è anche il centesimo film che ho visto quest’anno con dentro Domnhall Gleeson, che va un casino quest’anno.

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Mad Max: Fury Road

Non sono tanto indietro da aver visto questo film solo adesso, anzi ho avuto il piacere di vederlo più e più volte (FILM DELL’ANNO 2015 SCUSA STAR WARS). Se non ne ho scritto fino ad adesso è perchè ci sarebbe così tanto da dire sull’immaginario di Miller che scrivere solo di questo film mi sembra quasi riduttivo.

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I premi che contano 2016 (fate vincere tutto a Mad Max Fury Road)

qui è dove con tutta la mia spocchia vi commento brevemente cosa dicono quest’anno le nomination degli unici premi che mi piacerebbe vincere nella vita

(un altro post con le figurine)
(l’anno scorso ho saltato)

I premi del cinema sono le uniche occasioni in cui quelli che non sono nerd o del mestiere sentono nominare le parole Costume Design. Poi vedono ste sconosciute o sti sconosciuti che ritirano la statuetta in velocità e via, dimenticati di nuovo. qui è dove con tutta la mia spocchia vi commento brevemente cosa dicono quest’anno le nomination degli unici premi che mi piacerebbe vincere nella vita. Mi rammarico della scarsità di link ma cercherò di provvedere

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Revenant

DiCaprio è vegetariano, dai. Qui si mangia la carne cruda. Una mia amica di recente ha scritto: “Se leo perde in favore di Matt Damon mi lascio morire attaccata a una porta alla deriva nell’Oceano”. E insomma, diciamo che sono abbastanza d’accordo. Un po’ perchè Leonardo DiCaprio se lo merita l’Oscar*, indipendentemente dal film: BASTA dategli un premio; ma soprattutto perchè nel 2016 evidentemente si può sopravvivere attaccati a un tronco in un fiume ghiacciato, nudi nella neve, digiuni da giorni, feriti da mamma orsa, grazie a vestiti che non si congelano e pellicce impermeabili.

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Macbeth

Ha un’aria da western, la Scozia in cui Justin Kurzel ambienta questa versione di Macbeth, una fredda terra di confine, selvaggia e povera. Un cielo color nebbia e i toni spenti del paesaggio stabiliscono il clima, e Jacqueline Durran realizza i costumi severi che rendono ancora più spettrale e gelida la tragedia di Macbeth e signora.

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Carol, un punto di rosso

Sono uscite le nomination agli Oscar di quest’anno, e se la cinquina può considerarsi abbastanza scontata come al solito (film d’epoca e fantasy), ho trovato abbastanza sorprendente che comprenda due film a firma della stessa costumista, già vincitrice di tre Oscar (per Shakespeare in Love, the Aviator e the Young Victoria): Sandy Powell, nominata sia per Cinderella (vedi qui) che per Carol.

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Star Wars: il risveglio della forza (No bad feelings about this)

(SPOILER! POI NON DITE CHE NON VI AVEVO AVVERTITO!)

La cosa più bella del nuovo film di Star Wars è che c’è un nuovo film di Star Wars, e che è al cinema. Io ci sono andata con un’amica più organizzata di me che l’aveva già visto mercoledì, e che prima che iniziasse il film mi ha detto, tu per esempio stai per vedere un film nuovo, sei un po’ emozionata?.

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