The Artist

(2011, Michel Hazanavicius)

The Artist è un film divertentissimo. Lo premetto perchè il fatto che sia un film muto può spaventare i più. Davvero, invece no. Porta avanti una storia curiosa e sebbene non troppo originale, forse didascalica, la magia che avvolge tutto il film è bella e commovente, e il finale è perfetto.
E poi IL CANE. Il cane è favoloso.
Comunque, parliamo di vestiti; Mark Bridges ha già vinto il BAFTA, e gli anni 20 vanno un casino quest’anno, da Midnight in Paris alle passerelle di Gucci e dell’Alberta Ferretti.

Un film muto parla solo per immagini, perciò tutti gli aspetti visivi sono ancora più sottolineati. Gran parte dell’evoluzione e del percorso compiuto dai protagonisti, George Valentin e Peppy Miller, è raccontato attraverso i loro abiti.
George è un attore di muto che non riesce ad accettare che il mondo del cinema stia cambiando grazie all’introduzione del sonoro. Lo vediamo all’inizio come una vera star, con frac e cappello a cilindro lucido, sparati bianchi, papillon impeccabili, capelli gelatinati. Man mano che il suo inesorabile declino si spinge verso la disperazione, passa a indossare abiti sempre meno vistosi, in particolare un completo tre pezzi di lana che a un tratto sembra essere l’unico abito rimastogli, dopo aver messo tutte le sue cose all’asta, incluso frac e cappello, tanto che, verso il finale, lo vediamo sognante a specchiarsi in una vetrina di abiti da cerimonia, per immaginarsi di nuovo elegante, in scena.

Peppy segue invece il percorso opposto, da impacciata cacciatrice di autografi a star del cinema “parlato”, percorso in cui parallelamente a George i suoi abiti la seguono, passando dalle prime scene in cui indossa semplici capi di rayon a più eleganti completi di seta e crepe de chine. Quando inizia ad avere successo, gli abiti di scena assomigliano sempre di più ai suoi abiti quotidiani, in particolare grazie al sapiente uso degli accessori. In più HA LE PELLICCE. Segno incontrastato di benessere e ricchezza.

Una delle prime inquadrature di Peppy è sulle sue scarpe, nella folla che attende George fuori da un cinema; non hanno nulla di diverso da quelle delle altre ragazze intorno, mentre successivamente al debutto di Peppy da protagonista la vediamo provare modelli molto più vistosi e sofisticati.

Una delle scene che ho preferito è l’incontro tra Peppy e George sulle scale della casa di produzione: Peppy ha appena firmato il contratto, George sta per essere messo da parte. La costruzione della scena, con Peppy che sale e George che scende, lei con uno svolazzante abito leggero, lui con il tre pezzi di lana, sottolinea ancora di più la differenza dei loro percorsi, e la freschezza, il nuovo, rappresentati da Peppy contrapposta al vecchio, alla pesantezza di George e del mondo al quale vuole rimanere legato:

Mark Bridges, costumista di The Artist, svolge un ottimo lavoro di ricerca in questo film, dove tutta la ricostruzione storica è perfettamente curata, ed evita di ripescare abiti in stile anni 20 da epoche successive. Gli abiti, gli accessori, sono semplicemente PERFETTI. Le comparse hanno dettagli che cambiano a seconda dell’anno in cui si svolge la scena, i tessuti e le fantasie sono ricercate e coerenti. La lunghezza degli orli degli abiti di Peppy e il taglio dei completi di George, insieme ad altre accortezze (non viene mai usato lo zoom, perchè nei film muti non c’era, così come il formato video è quello classico) rendono ancora più credibile il film.
Si sa che in questi casi i capi originali d’epoca sono destinati alle comparse o riprodotti in tessuti attuali per gli attori principali, a causa dell’usura (non mi è difficile immaginare un abito di paillettes degli anni 20 che si rovina con il tempo); secondo IMDB gran parte degli abiti sono stati confezionati da Leluxe clothing, una sartoria specializzata di Hollywood, sul cui sito si riconoscono alcuni dei costumi di Peppy.

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