Anonymous (non gli hackers, il film)

Anonymous, di Roland Emmerich, è un film di cui avrei fatto volentieri a meno. Neppure Vanessa Redgrave, una che è cresciuta a pane e teatro elisabettiano, riesce a farmelo piacere. Intanto parte dal presupposto che Shakespeare fosse un impostore, e a Shakespeare siamo tutti affezionati, quindi questo film già è antipatico a prescindere; in più l’idea che fosse un triste nobile ex-amante della Regina Elisabetta, e non un poveraccio, riesce nell’intento impossibile di farci rimpiangere Shakespeare in Love. Anche se l’interpretazione dello Shakespeare canaglia e cialtrone, attore con la panza e l’occhio vispo da birra, è più simpatica dello Shakespeare Joseph Fiennes, detto anche colui che ha lasciato tutto il talento a suo fratello (dai l’avete visto Flash Forward, maperpiacere).

In ogni caso, la costumista Lisy Christl, alle prese con il filmone elisabettiano che prima o poi capita a tutti nella vita, sembra giocarsela bene (e ottiene una nomination agli Oscar, che poi è il motivo per cui ne parlo): la storia si svolge su due livelli temporali principali (che poi sarebbero tre ma ne escludiamo uno perchè l’espediente del teatro contemporaneo in cui si svolge la recita che racconta il film mi pare davvero madre ma che tristezza), la vecchiaia di Elizabeth e i flashback sulla sua giovinezza e la relazione con Edward.
Si nota la differenza tra gli abiti di Elizabeth giovane, ricchi e lussuosi, e quelli di Elisabetta al tempo della narrazione, anziana ma che non rinuncia all’esagerazione di colli antigravitazionali e maniche esagerate, simbolo della sua vanità e del suo ego gigantesco. 

Il mio preferito è questo, c’è una cura pazzesca nei dettagli e un bellissimo contrasto, oltre che di colore, tra il rigore del corpetto e l’ampiezza morbida delle maniche: Elizabeth anche in questo film è una donna che ha scelto di servire l’Inghilterra rinunciando a se stessa, ma che non ha fatto una scelta di comodo, è sofferente, e al termine del suo regno si trova a cercare consolazione nella poesia e nel teatro (significativa la scena in cui, durante lo spettacolo, cerca di spogliarsi).

Al contrario il personaggio di Edward, Earl of Oxford e vero autore delle opere di Shakespeare, se da giovane era un appassionato ed elegante gentiluomo, nella maturità sembra essersi rassegnato a una cupa tristezza che lo fa vestire -banalmente- sempre di nero, con abiti rigidi e costretti. Impoverito e sull’orlo dei debiti, l’eleganza è l’ultima delle sue preoccupazioni.

Gli altri personaggi sono poveri quindi in sostanza sono sempre vestiti allo stesso modo, in coerenza con l’epoca. L’unico che vediamo subire un cambiamento è William Shakespeare, che più diventa conosciuto e ammirato, cerca di darsi un tono, seppur restando un popolano illetterato. Gli abiti di scena usati negli spettacoli nei teatri sono più vistosi e colorati rispetto al tono generalmente spento del film, tranne quando rappresentano personaggi reali (il tizio con la piuma all’inizio e Cecil il gobbo sul finale); le comparse sono tantissime e


tutte caratterizzate da colori caldi, grigi e bianchi sporchi che contribuiscono a unirli con il paesaggio della Londra contemporanea.

Non penso che questo film meriti un Oscar per i costumi: in generale li ho trovati sontuosi e ricchi, ma fin troppo rigorosi; anche se indubbiamente lavorare con un periodo creativo e stimolante come quello del dramma elisabettiano è una sfida per ogni costumista.

tu che ne pensi?

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