Melancholia

Lars Von Trier o lo si ama o lo si odia, è un dato di fatto.
Melancholia è un film così bello, straziante e dolorosamente vero che parlarne solo per dire dei costumi mi sembra troppo poco.
Kirsten Dunst interpreta Justine, un personaggio così tormentato da non poter affrontare il suo stesso ricevimento di nozze in serenità ma che si troverà perfettamente a suo agio con l’inevitabile scontro del pianeta Melancholia con la Terra. E’ Charlotte Gainsbourg (bella! ma bella! spettacolare!) nel ruolo di sua sorella, Claire, che al contrario cerca di tenere sotto controllo la festa di matrimonio più disastrosa EVER in tutti i modi che può ma schizza fuori di cervello all’idea dell’imminente fine del mondo.

Justine non è un personaggio piacevole: si vede fin dall’inizio che la felicità del suo matrimonio non può essere che forzata (e dire che sposa Micheal, Alexander Skarsgard, che voglio dire cioè), mentre la fine del mondo non dipende da lei, non è una sua scelta, ed è molto più accettabile. Le persone che la circondano sono di fatto tutti archetipi: la madre cinica, il padre cazzone, lo sposo innamorato e rassegnato, la sorella iperprotettiva, il cognato che pensa solo ai soldi, il capo che pensa solo al lavoro, il ragazzino che non ha capito niente; tutti costituiscono una gabbia soffocante da cui l’unico momento di sollievo per Justine è farsi un bagno a metà ricevimento, spogliandosi dell’abito da sposa. Un abito tradizionalmente pieno di balze e con un corpetto stretto, che viene rovinato e sporcato ancora prima dell’inizio della storia nei meravigliosi tableau vivant dell’introduzione. Eppure nel momento in cui potrebbe spogliarsi, alla fine della festa, immediatamente chiede a Micheal di richiuderle la zip del bustino, di costringerla ancora in quell’abito e in una situazione alla quale possa ribellarsi facendo quello che vuole.

Justine è soprattutto una persona depressa e come tale vittima di una compulsione che le impedisce di scegliere ma che la costringe a subire, in cui la formalità borghese del ricevimento è rappresentata dalla sorella Claire, composta, elegante, fin troppo amorevole. Nella seconda parte del film c’è un’inversione dei ruoli: Justine, in fase di guarigione, è rassegnata e in pace perché sa che la fine è inevitabile e affronta lo scontro con il pianeta Melancholia con freddo distacco; algida e sicura si muove nella tenuta con un’eleganza senza sforzo, normalmente rigida ma che per lei è liberatoria, fatta di maglie a v, jeans skinny, stivali da kate moss, abitini e sandali. Claire invece non si fida delle teorie scientifiche del marito che cerca di rassicurarla sul fatto che non c’è niente di cui preoccuparsi, il pianeta non si scontrerà con la Terra, e a torto, spingendola sempre di più verso il collasso emotivo, il tracollo respiratorio e la crisi di ansia; anche nell’abbigliamento è più morbida, sfuggente, Claire vaga nell’incertezza lasciandosi trascinare.

Melancholia è un film che spezza il cuore, in cui non si riesce a scegliere né la razionale e consapevole arrendevolezza di Justine né la disperata fuga alla ricerca di sopravvivenza, di farcela in ogni caso di Claire. Resta soprattutto un senso di impotenza della condizione umana in generale, e il pianeta Melancholia (malinconia) ne è la rappresentazione concreta e inevitabile.
Lars Von Trier o lo si ama o lo si odia. Io, per dire, su Lars Von Trier, stavo per farci la tesi di laurea.

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