J.Edgar: DiCaprio, non lo fare mai più

Capiamoci: il trucco e gli effetti speciali sono in grado di fare cose strepitose, ma DiCaprio per quelli e quelle della mia generazione è un miracolato che all’età di quasi quarant’anni sembra sempre il giovane Romeo di Baz Luhrmann.
Quindi, per favore: NON FATE MAI PIU’ DICAPRIO VECCHIO. Grazie Clint, mi fa piacere che ci siamo chiariti su questa cosa.
In più io purtroppo l’ho visto in italiano: il suo doppiatore (si potrei cercarlo su google ma anche no) è lo stesso da sempre, e per fare la voce da vecchio sembra comunque un ragazzino che fa la voce da vecchio. Per piacere, davvero, mai più.

J.Edgar è una biopic sulla vita di John Edgar Hoover, “inventore” del Federal Bureau of Investigation, l’FBi, meticoloso e ossessivo difensore dell’America dal potente e orribilmente immorale nemico comunista (il concetto di lapensodiversamente=nemicocomunista è una cosa che mi fa sempre ridere moltissimo, ma vabè). Il che significa con buona pace che il lavoro sui costumi è soprattutto un lavoro di ricerca e di accuratezza storica, trattandosi di soggetti realmente esistiti. Deborah Hopper, costumista di quasi tutti i film di Clint Eastwood, insiste soprattutto sui particolari caratterizzanti dei personaggi.


Molto discusso e ambiguo, J.Edgar è infatti un giovane ambizioso e motivato, che però nasconde dietro a una maschera di apparente rigidità e perfezione alcuni dubbi e insicurezze su cui si concentra il punto di vista di Eastwood su questa biografia. Scopriamo infatti che Edgar è un ex ragazzino balbuziente corretto a forza di esercizi da una madre importante e forse troppo presente, che non gli piace ballare con le donne, e che, alla fine dirà Clyde, la sua carriera è così importante da richiedere anche falsificazioni e bugie. Non c’è quasi nessuna scena in cui DiCaprio non gesticoli con un fazzoletto in mano, e il primo agente-biografo viene mandato via perché ha le mani appiccicose. In più ha un rispetto per l’immagine che pare esagerato, dovuto in parte sempre alla mamma, che gli fa confezionare gli abiti su misura a seconda della posizione lavorativa, e in parte al rigore e alla disciplina che vuole nel suo bureau, per se stesso e gli altri: “comprati un vestito, non sei in un saloon” e “hai ancora i peli in faccia”, altro che il diavolo veste prada.

Clyde Tolson (un bellissimo Arnie Hammer), suo collega, braccio destro, compagno?, ha lo stesso gusto impeccabile nell’abbigliamento, che è il primo motivo per cui J.Edgar lo nota e lo fa entrare nell’agenzia senza che abbia i requisiti. Infine la fedele segretaria Helen Gandy, custode dei fascicoli confidenziali, è una donna dedicata al lavoro, composta, seriosa e professionale, con un gusto formale non troppo elegante ma sempre curato.

Dal punto di vista narrativo il film copre con l’uso dei flashback tutta la carriera di Hoover, dal dipartimento di giustizia all’FBI per tre periodi temporali principali, che vanno dagli anni 20 al 72. I costumi suggeriscono attraverso l’uso di palette di colori diversi una più facile identificazione del periodo storico, essendo ben definiti e riconoscibili.
La prima fase è dedicata agli anni 20, in cui per gli abiti maschili le tonalità sono variazioni sul marrone con tessuti pesanti e abbondanti, mentre il personaggio di Helen ha un look ancora abbastanza femminile, con tanto pizzo.

Nel periodo degli anni 30 che segue il rapimento del figlio di Lindbergh, invece, la gamma di colori si sposta più verso i freddi e tessuti più eleganti, sui toni dei grigi caldi e blu navy, spesso rigati e lavorati. Helen incomincia invece a indossare capi più formali.

Infine c’è la parte che racconta gli anni 60, Kennedy, Nixon eccetera, l’orrore, DiCaprio vecchio: J. Edgar è a questo punto un personaggio chiave nella politica americana e lo stile è ricercato e elegante, sui blu e grigi, sempre corredato da accessori istituzionali, cravatte regimental e gemelli d’oro.

In questa fase i costumi hanno dovuto anche creare la ciccia dei due anzianotti, per restare fedeli al personaggio reale, che evidentemente a un certo punto ha smesso di fare piegamenti in ufficio: il trucco secondo me è esageratamente marcato, non ha un aspetto troppo verosimile (io non riuscivo a smettere di pensare “BARATTOLI DI LATTICE”) se non su Naomi Watts, sulla quale è più realistico. In ogni caso questo resta un film appassionante, che mette in discussione un personaggio già controverso lasciando aperte molte domande sulla politica della paura americana: a me è piaciuto, ma Clint, la prossima volta prendi tre giovani e tre vecchi, eh?

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