Lisbeth Salander, versione Fincher

David Fincher, ricordiamolo per gli ignoranti, è uno che ha messo al mondo cose bellissime di vario genere, e che quindi questo Millennium versione amerigana, messo in mano a lui, era difficile venisse male. In una recente discussione su questo film, all’ovvia domanda “bello, ma c’era bisogno di fare un remake di un film di tre anni fa?” a un certo punto si è detto che grazie al cazzo anch’io se mi dai un budget amerigano rifaccio fame chimica con scorsese natalie portman e jude law. Che è un po’ quello che viene facile pensare su un film che prende un dignitoso progetto tutto svedese e lo trasforma in tutt’altra cosa.
Il fatto che gli attori principali siano in questa versione un James Bond e una trasformata Rooney Mara aiuta a stabilire già tutto un altro stile al film, che eredita dal libro i dettagli e le descrizioni dando però al tutto un’aria più fredda e alienata dell’originale.

Si è parlato moltissimo della trasformazione di Rooney Mara per il ruolo di Lisbeth Salander, credo anche perché l’unico ruolo (non particolarmente memorabile) per cui si poteva riconoscere era la scialba fidanzata di Mark Zuckerberg in The social network, e perché si è così integrata con il personaggio di Lisbeth che anche sui vari red carpet (agli oscar era favolosa in Givenchy) mantiene quell’aria fredda con cui mescola durezza e delicatezza.

Trish Summerville, la costumista (vincitrice del Costume Designer Guild), ha creato per lei un look che rappresenta bene la differenza di interpretazione con l’originale svedese: la Lisbeth di Fincher è più fragile, più secca. Lo si vede molto bene nei primi piani, la magrezza eccessiva, la pelle chiarissima che contrasta con il nero artificiale dei capelli – esattamente quello che ottieni a diciassette anni comprando la tinta da cinquemila lire nei negozi punk – la frangia così geometrica, le acconciature scolpite. Le sopracciglia schiarite accentuano l’aria alienante di un personaggio già imperscrutabile e l’unico motivo per cui io non mi riempio la faccia di piercing è che al mio fidanzato non piacciono, ma se avessi ancora diciassette anni, starei cercando di trasformare la mia testa in quella di Rooney Mara.

vorrei tornare diciassettenne

Lo stile punk-gothic viene ripreso e mescolato con degli elementi più tipici di quella che è solitamente la rappresentazione dell’hacker, più casual e rilassato, genere H&M (con cui Summerville ha realizzato una capsule collection ispirata al personaggio di Lisbeth, peraltro). Penso che sia, oltre che una scelta di caratterizzazione del personaggio, anche un modo in più per distaccare l’adattamento americano dal film svedese. Mantenendo comunque la palette di colori neri-grigi-bianchi, l’abbigliamento di Lisbeth diventa un gioco di pantaloni di pelle e canotte asimmetriche, sciarpe e cappucci e cappelli. Mi ha colpito il giubbotto di pelle che indossa nelle scene in moto: rappresenta Lisbeth come badass e ribelle ma tormentata. I giubbotti diventano quindi seconda pelle e armatura di protezione. 

Uno dei temi più importanti del film è la violenza sessuale, e la sessualità di Lisbeth diventa ancora più importante nella lettura del suo desiderio di stare al di fuori della società normale e ordinaria. Lisbeth fa quello che vuole, indossa quello che vuole, and fuck you too. In qualche modo la sua femminilità fatta di t-shirt sformate e pantaloni larghi scesi sui fianchi diventano un modello di sessualità inconvenzionalmente sexy, perché non c’è da parte del personaggio alcuno sforzo per adeguarsi a quello che generalmente è considerato il modo in cui le ragazze si vestono per attirare attenzioni sessuali.

way to go, assistenti di Trish Summerville

Il look sfasciato (ogni pezzo del guardaroba di Lisbeth è stato violentemente rovinato, danneggiato, usurato dal reparto costumi con forse troppo accanimento) è un segnale a indicare che siamo di fronte a una ragazza atipica, che suggerisce caparbietà e fierezza, forse che non ci si può fidare di lei? (questa maglietta comunque è bellissima)

Rispetto al look tipicamente scandinavo (lo sanno tutti che i veri metallari vengono solo dal gelido nord Europa) della Lisbeth interpretata da Noomi Rapace, sono curiosa di vedere come si evolverà nei film successivi questa più fragile versione di Rooney Mara: nell’originale svedese si sottolinea il modo in cui Lisbeth Salander usa il trucco e l’abbigliamento esageratamente appariscente come una maschera (le scene del tribunale!), mentre quando è più rilassata si limita alla giacca di pelle con i jeans. Questa distinzione nella Lisbeth di Fincher non è -per il momento- così chiara, ma il lavoro su questo film promette bene.

Per quanto riguarda il personaggio di Mikael Blomkvist, trasformare Daniel Craig in un trasandato giornalista in disgrazia non sembra un compito facile. Once James Bond, always James Bond? Non saprei dire, ma uno con una figura così naturalmente elegante e composta, nonostante i maglioni morbidi, rimane un giornalista con completi costosi, pantaloni su misura e cappotti doppiopetto. Da un lato c’è l’esigenza di sottolinearne il carattere piacevole e staccarlo da quello così crudo di Lisbeth, che tende ad allontanare le simpatie dello spettatore, dall’altro, non so, mi pare risulti comunque più forzato di come sarebbe potuto essere.

Daniel Craig è bellissimo e carismatico, e in qualche modo riesce a mescolare l’aria da intellettuale a quella da antieroe d’azione richiesta dal film; eppure trovo che il personaggio originale – interpretato da Micheal Nyqvist – avesse più credibilità nel ruolo del giornalista d’inchiesta che si ritrova catapultato in una situazione pericolosa, sia nell’aspetto meno figo dell’attore, sia nelle scelte meno ricercate dei costumi.

Penso che questo sia un ottimo film e un ottimo lavoro da parte della costumista, anche se in generale la vicinanza temporale con l’originale pesa molto. La trilogia dei romanzi ha avuto un successo planetario e probabilmente non tutti gli americani erano disposti a vedere un film svedese, ma di fatto l’immagine più pallida, quasi lunare, bianca, degli ambienti e la colonna sonora (strepitosa)influenzata dall’elettronica, oltre al fatto che il film intero è recitato da attori, inglesi e non, che fingono accenti svedesi (WTF), tende a lucidare un po’ troppo il prodotto finale. Resto abbastanza dell’idea che trattandosi di una storia decisamente verosimile e basata sul percorso interiore dei personaggi, la versione originale avesse decisamente più autenticità.

3 thoughts on “Lisbeth Salander, versione Fincher”

  1. Il problema della versione svedese è che hanno cambiato totalmente la storia riscrivendola praticamente daccapo! E tutti i fan (me compresa) hanno urlato allo scandalo. Gli attori e le ambientazioni mi sono piaciute, mi sembrava veramente di ‘guardare’ il libro di Larsson. Però la sceneggiatura era tutta cambiata e questo ha deluso assai…
    Non sono un’amante di Hollywood, ma quando ho letto che avevano finalmente acquisito i diritti per girare il film sono stata contenta, anche se prima di gioire del tutto aspetto di vederlo!

  2. Bellissimo articolo.
    Voglio tornare diciassettenne anche io.
    Secondo te qual’è l’età massima per emulare i capelli (sulle sopracciglia scolorite soprassiedo) di Lisbeth?

    1. non credo ci sia un’età prestabilita (anche se forse dopo i cinquanta non oserei un nero così nero), ma la combinazione del taglio con il nero così artificiale sui capelli tende a indurire molto i lineamenti del viso e a evidenziare i difetti, quindi direi che il rischio dipende da persona a persona! :)

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