The Woman In Black: nebbia e tanta tanta immaginazione

The Woman In Black non è un film horror.
No, è un film di fantasmi.
E non fa per niente paura, NOOOOOOO.
I miei commenti più frequenti: “see, ciao”, “ma và!dove vaiii” e “MA TU SEI FUORI DI TESTA”.
(Tranne le scene con Daniel Radcliffe con in mano una candela, perché è subito Harry Potter)
Però fa quello che un buon film di fantasmi deve fare: paralizzarti. Quindi nel suo, è un ottimo film.
Però vi avviso, il livello di OMMIODDIOCHIMELHAFATTOFARE è un otto pieno, in cui 7 è The Others e 9 le verità nascoste.
Aggiungi a una storia già inquietante un’ambientazione nebbiosa nella costa inglese, mettila a fine ottocento e illuminata a candele, fatto.


La storia si svolge in un imprecisato momento tra fine ottocento e primi del novecento, non precisamente dichiarato.
Arthur Kipps, avvocato immobiliarista sul filo del licenziamento, vedovo, va nel villaggio sperduto e inquietante a occuparsi della casa di una vecchia morta.
In paese, dove viene accolto praticamente a pedate, sono tutti contadini poveri e terrorizzati dal fatto che i bambini muoiono in continuazione e nei modi più atroci.

La superstizione e la paura rendono tutti freddi e pallidi come il paesaggio, e l’intero villaggio cerca di impedire a Kipps di visitare la casa e occuparsi della vendita, mettendolo in difficoltà in ogni modo, incluso non dargli un posto per dormire e fargli sparire la valigia.
Quindi Kipps, arrivato da Londra con un ottimo abito, resta vestito sempre allo stesso modo.

Completo gilet, giacca e pantalone a vita alta in grigio spigato, orologio da taschino e soprabito nero elegante, con i bottoni rivestiti: il protagonista si distacca immediatamente sia dalla gente del villaggio, che infatti lo riconosce subito come “diverso”, sia dalla campagna che lo circonda, dove la nebbia avvolge tutto e aumenta il senso di smarrimento e isolamento.

Il fatto che Kipps sia sempre vestito allo stesso modo contribuisce a rendere la sua presenza e la sua figura ancora più spettrale, avvolta dal mistero come la donna in nero. Anche il pallore dell’attore (non che normalmente abbia un colorito allegro, eh) viene accentuato per sottolineare il suo coinvolgimento sempre più profondo nella storia della casa infestata. La scelta dei colori freddi e scuri, in un certo senso, aumenta la sua immersione nell’ambiente.

Gli unici a prendere confidenza con Arthur e a dargli ospitalità sono il signor Daily e la moglie Elizabeth, tormentata dalla morte del figlio. Il signor Daily è benestante e più moderno del resto del villaggio, è l’unico ad avere una macchina, e fin dalla scena del treno, in cui lui indossa una giacca di tweed verde dalle linee morbide (già distaccandosi dai suoi compaesani), è in grado di dire che Kipps viene da Londra solo per come è vestito.

Alla cena si presenta con lo smoking, che è abbastanza segno di avanguardia per la moda dell’epoca (che aiuta a individuare il periodo del film, che non può essere troppo vicino agli anni 10, dove già iniziano a comparire i colori forti che poi si stabiliranno negli anni 20 – sappiamo dai certificati che Nathaniel è morto nel 1889 a 7 anni).
Anche il suo abbigliamento fuori casa lo inserisce in una visione che guarda al futuro più del resto degli abitanti del villaggio, sottolinea la sua appartenenza a una classe diversa, che ha guadagnato dalla rivoluzione industriale, che prova a curare le malattie mentali con la medicina e che cerca di ignorare le superstizioni: è l’unico infatti a recarsi nella palude senza altro timore che quello della marea.

Sua moglie Elizabeth, invece, soffre molto di più la morte del figlio, dal quale è coinvolto mentalmente, e se alla cena si presenta come una signora elegante, è in realtà solo una maschera che nasconde una persona fragile, distrutta, che ha bisogno di protezione, che visita la tomba del figlio in camicia da notte e coperta.

Un dettaglio che mi è rimasto impresso è la ripetizione dell’inquadratura delle scarpe dei bambini che vengono chiamati dalla donna in nero: in contrasto con il loro abbigliamento chiaro e tenue, di colori pastello, e l’aspetto curato, le scarpe rigide e nere sono un segnale condiviso della pessima fine a cui sono destinati.

La donna in nero, infine, con il suo rigido e accollato abito da lutto in pizzo nero, il cappello con il velo che nasconde anche il viso – costume che non è particolarmente ricercato, nè lo si vede nel dettaglio fino alla conclusione – è il sottinteso che fa da elemento chiave del film: quasi mai visibile, la donna viene soprattutto lasciata immaginare allo spettatore tramite ombre in movimento e veloci spostamenti del punto di vista. La presenza dello spirito è costruita e sorretta dallo sguardo di Kipps, dai suoni e dagli oggetti della casa, presenze altrettanto inquietanti. La forza del film è proprio questa, la capacità di costruire un sano TERRORE senza esagerare con gli effetti speciali, ma puntando tutto sulla percezione distorta che si ha delle cose in certi contesti: presente quando va via la corrente? quando siete da soli in casa e qualcosa fa rumore? non so, io una volta mi sono svegliata nel panico perché c’era un bip inquietante che arrivava dalla cucina: ed era solo il frigo. Anche la fotografia è lasciata molto naturale, in particolare nelle scene all’aperto, dando effettivamente l’impressione di una storia verosimile, senz’altro molto più che se fosse stata virata in blu o cose del genere.

Quindi se siete facilmente terrorizzabili come me, questo film è abbastanza una legnata, ma se non altro è davvero un bel film di quelli fatti bene.

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