Shame

Shame è un film che disturba. Mi direte, sì, bla bla, l’hanno detto tutti. Mi aspettavo infatti che mi disturbasse molto di più.
Quello che più infastidisce e mette a disagio lo spettatore è la trasformazione di uno bello, attraente e elegante come Micheal Fassbender in una persona insopportabile da guardare, faticosa da reggere con lo sguardo. Si dice che gli attori facciano il loro lavoro al meglio quando non si vede più la recitazione, quando non viene spontaneo, durante una scena, dire “quant’è bravo Fassbender”, riconoscere l’attore dietro al personaggio.
Questo film distrugge completamente l’immagine di quel figo di Micheal Fassbender per farne altro, ed è difficile non pensare all’attore e all’interpretazione.

I costumi, di David Robinson, sono semplici ed efficaci, simbolici al limite della didascalia in certi momenti, e insieme alla scenografia e alla fotografia sempre fredda e artificiale, costruiscono una New York immaginaria, che non assomiglia per niente all’allegro mondo di Friends e Sex in the city.

Brandon è un trentenne con una bella vita ordinata e asettica, un lavoro di successo e abiti eleganti, dove il grigio è l’elemento conduttore: anche il design del suo appartamento è freddo, fatto di lucide superfici bianche, lenzuola grigie, larghe vetrate e pulizia maniacale. In contrasto con la “sporcizia” della sua dipendenza dal sesso, tutto è maschera e copertura, tentativo di cancellarla o nasconderla: la sua dipendenza non è quella di uno che “se lo sono fatto tutti”, quello che fa il figo al bar con gli amici, né quello che ha un’agendina di tipe da chiamare di notte. E’ uno che fa sesso a pagamento, su internet, nelle dark room, con sconosciuti e sconosciute. Non c’è un briciolo di affettività o di coprire un bisogno di contatto umano, è solo un atto meccanico, tanto che con la collega che ci starebbe, non funziona, i due non hanno nulla in comune, non si stabilisce nessun rapporto.

Se nella vita lavorativa e sociale Brandon è molto curato nell’abbigliamento formale, fatto di completi grigi dai tessuti ricercati, sciarpe ben annodate e cappotti che sottolineano la figura, è nei momenti in cui si lascia andare nello sfogo che diventa più fisico, più attivo: non è uno sportivo che non ha altro tempo per andare a correre se non di notte, è uno che cerca di scaricarsi.

Non credo sia un caso che tutti i momenti in cui lo si vede in crisi sono anche quelli in cui anche l’apparente perfezione del suo look da Patrick Bateman del 2011 crolla nella disperazione.

Sissy, interpretata da Carey Mulligan, è l’elemento che porta discontinuità nella routine di Brandon, è l’unica a cercare di portare luce e colore nella vita del fratello, che non ne sentiva alcun bisogno: in questo senso ho trovato perfetto il momento in cui Brandon solleva la sciarpa rossa della sorella senza neanche toccarla, con la mazza da baseball.

Quando la vediamo la prima volta Sissy è in bianco, avvolta in una morbida maglia pallida, che sembra unirsi all’ambiente dell’appartamento di Brandon, forse per dirci che i due in fondo qualcosa in comune ce l’hanno. Fragile e a pezzi in modo più evidente, anche lei maschera con l’abbigliamento più vistoso una lenta progressione autodistruttiva.

Lei è quella che porta un cappello vintage rosso, trova la polvere sulla giacca impeccabile di Brandon, riesce a commuoverlo cantando una sommessa versione di New York New York, si illumina d’oro. A differenza di Brandon, Sissy cerca di migliorarsi, anche se in modi incomprensibili e che mettono suo fratello in ulteriore difficoltà.

Il sangue, rosso e tantissimo, è il legame tra i due fratelli e l’unica cosa che riesce a catalizzare il dolore di Brandon in reazione, a staccarlo dal grigiore pallido che lo circonda nel bagno, dove la figura di Sissy (ancora in bianco) si sporca diventando tragedia.
E’ l’affetto a legarla a Brandon e a spingerla a cercare continuamente un contatto, di metterlo davanti a un confronto, e sono il suo rifiuto e la negazione a travolgere prima la stessa Sissy e infine ad accendere in Brandon un dolore che esplode finalmente allo scoperto, la vergogna del titolo dalla quale sa di non poter nascondersi.

L’ho trovato un brutto film, nel senso che la freddezza delle immagini non è qualcosa che può piacere, l’accostamento delle musiche dolci e sofisticate a scene crude e antiemozionali (forse questa parola me la sono inventata, nb) non può coinvolgere lo spettatore se non in termini di disagio: d’altra parte non si possono vedere solo film divertenti, e questo è senza dubbio un film che pone delle domande. Ci sarebbe da parlare per ore della riduzione del sesso a momento ricreativo o funzione meccanica, come del bisogni appagati nei modi sbagliati, o dei meccanismi di autodistruzione, ma non credo che di averne la forza, dopo Shame.

Immagini © 2011 – Fox Searchlight

10 thoughts on “Shame”

  1. Non sono ancora riuscita a vedere il film ma ne ho letto molto. Fassbender è sulla bocca di tutti. Ti faccio i complimenti per il post, come sempre fatto bene e rende l’idea. Dalla descrizione che hai fatto dei “costumi di scena” di Brandon, ne viene fuori un’immagine molto simile a quella di Christian Bale in American Psycho. Anche quel film disturbava e stancava un pò (almeno me) vederlo, perché sopportare la crudeltà, anche solo vederla è difficile. Devo anche dire che questo Fassbender ricorda molto Christian Bale anche solo di suo.

    1. Grazie! Anche secondo me Christian Bale e Fassbender si assomigliano (guarda Hunger e quel terribile film in cui Christian Bale pesa tipo 20 chili, brrr). Su Shame: in American Psycho l’ossessione per la pulizia, l’eleganza e l’ordine era molto marcata e voluta dal personaggio mentre in Shame non è mai dichiarata ma si intuisce parecchio. si rimane più distaccati rispetto a Patrick Bateman perché non risulta quasi mai un personaggio “reale” se non per certi aspetti, è più facile concepirlo come un prodotto di fantasia, mentre Brandon è molto più umano e per questo più difficile da assorbire. Però Shame è un film che vale la visione.

      1. infatti ho proprio voglia di vederlo. Il film con la Charlise ne vale la pena? Da come ne hai scritto sembra molto poco scontato e nello stesso tempo non pretenzioso (che è come pensavo fosse shame infatti non sono ancora andata a vederlo per questo motivo)

      2. sì, ti consiglio anche Young Adult: è un film davvero poco scontato ma non esageratamente sofisticato/intellettuale. ha i suoi colpi di genio e non annoia, in generale è un bel film anche se il personaggio principale infastidisce. buone visioni!

  2. A costo di passare per una che non ha capito niente,
    io voglio troppo la sciarpa che Brandon indossa in metropolitana. E’ bellissima.

    1. bellissima davvero. non mi sono messa a cercare tutti i marchi perché ehm, che sbatti, ma forse google può aiutarci? comunque io per non passare per una che non ha capito niente mi sono trattenuta per parlare di questo film senza mai citare il nudo full frontal di fassbender, non so se si è notato.

      1. Credo tu sia stata l’unica tra le recensioni che ho letto. Comunque anche il nudo full frontal è sdoganato, ma solo se lo inserisci in un’ottica di estrema fisicità esposta per disvelare l’angoscia esistenziale del personaggio. O una cosa così. XD

tu che ne pensi?

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s