We need to talk about Kevin

(sì, in questo periodo guardo solo film deprimenti per potermi dire meno male arriva la primavera)
We need to talk about Kevin è un film triste e astratto.
Astratto sia perché nessun genitore guarderebbe crescere un figlio così senza mai chiedergli “ma perché mi odi così tanto?” o portarlo da uno bravo, sia perché l’atmosfera è quella di un film d’arte costruito da immagini evocative e simboliche, forse troppo. La fotografia, la scenografia e i costumi di Catherine George illustrano un racconto quasi sospeso nel tempo, immagino anche perché la paura che tuo figlio sia, semplicemente, cattivo – una brutta, brutta persona – ce l’ha qualsiasi genitore da sempre.

Il rosso è uno degli elementi visivi conduttori del film, lo si capisce fin dalle prime immagini, la sagra spagnola da cui Eva (Tilda Swinton, ti lovvo) emerge coperta di pomodoro, la vernice con cui le vandalizzano la casa fanno già capire che c’è di mezzo del sangue, e il rosso ritorna in altri momenti per sottolineare la vergogna, il senso di colpa di Eva: quando si nasconde al supermercato, sullo sfondo di lattine di pomodoro, le innumerevoli bottiglie di vino, la marmellata nel panino. E la strada, illuminata di rosso, in cui Eva si ritrova circondata da maschere di Halloween come in un’allucinazione.

Il rosso ritorna negli abiti di Kevin, sulla polo nella scena dal dottore da bambino e nella felpa che indossa quando Eva gli propone di passare la giornata insieme: due momenti in cui sembra esserci una sorta di avvicinamento tra i due personaggi e in cui lo sforzo è evidente in entrambi.

Eva è una donna che vive come un’emarginata, coperta da occhiali scurissimi per andare a fare un colloquio, che prende schiaffi per strada e indossa la maglietta del marito dei Led Zeppelin per coccolarsi. Il suo perfetto taglio di capelli se ne è andato in vacca insieme alla casa-castello, ci sono antidepressivi in tutta la casa, ma lei si impegna per mettersi più o meno elegante, pulire la vernice e stirare le t-shirt di Kevin, che magari prima o poi tornerà a casa (nella stanza ricostruita come quella precedente, questa era la cosa più creepy di tutto il film)

Il look di Eva prima della tragedia è composto da linee morbide e colori spenti che mascherano la sua esile figura, in cui si ritrovano tracce del suo passato di viaggi e avventure, nei capi di ispirazione hippy e nelle stampe fantasia dei tessuti.
Kevin invece, in cui si ritrovano le righe e il rosso, ha uno stile più hipster involontario, di jeans stretti, magliette sbiadite di una taglia più piccola, scarpe leggere, e la famosa camicia di garza. Lo sguardo di sfida che sembrano condividere i tre attori che lo interpretano è solo una delle cose inquietanti del film.

Trovo che il punto fondamentale nella scelta dei costumi è come riescano in questo caso a caratterizzare in modo opposto i due protagonisti, che hanno in comune il fisico asciutto e androgino: magri e pallidi entrambi, gli abiti stretti di Kevin lo fanno risultare forte, indipendente e libero, irrispettoso dell’autorità dei genitori, mentre il look rilassato e morbido di Eva ne svela la fragilità e debolezza, l’incapacità di comunicare con il figlio e la paura di non esserne in grado, il continuo nascondersi in una calma apparente che non porta a nessun miglioramento nei rapporti.
In più i costumi non collocano la storia in un punto preciso del contemporaneo (l’unico elemento databile che ho notato, oltre all’acquisto su internet, è la dreamcast su cui giocano Kevin e il padre quando lui è piccolo), aumentando il senso di smarrimento e astrazione dell’intera parte visiva.
Non è chiaro in nessun punto del film perché Kevin si comporti così, io non credo che dipenda solo dalla freddezza che gli dimostra Eva praticamente dalla nascita, o dalla negazione in cui sembra essere immerso Franklin, o ancora nella gelosia per la sorellina; c’è qualcosa di puro e universale che merita la visione del film, nella simmetria pulita delle inquadrature, nella simbologia dei corpi trafitti dalle frecce, ma il film forse non funziona al di là delle immagini, ed è la mancanza di una spiegazione a renderlo difficile: perché se la soluzione fosse quella sottintesa, la trovo banale.

immagini © 2011 – Oscilloscope Pictures

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