Basics: Alien, uniformi e tute spaziali dal 1979

E’ uscito ieri il trailer di Prometheus, il film diretto da Ridley Scott che precede Alien.
Quindi parliamo di Alien. Va nella categoria Basics perché qualsiasi horror uno possa aver visto, c’è sempre quello che dice “eh, però Alien”, e perché è un film che ha fatto la storia, e che resta un film imprescindibile anche indipendentemente dal gusto personale per il genere.
Uscito nel 1979, grazie all’ambientazione della Nostromo, che aumenta il senso di smarrimento, il cast limitato a otto persone compreso l’alieno, e soprattutto l’alieno creato da H.R. Giger, Alien è 1)uno dei film più spaventosi EVER, 2)una delle tagline più riuscite (in space no one can hear you scream), 3)un bellissimo film che unisce horror e fantascienza e te le spiattella in faccia mentre soffri sul divano perché ci sono alieni che schizzano fuori dalle pance della gente (anche se nel frattempo hai compiuto trent’anni, ehm).
I costumi (di John Mollo, vincitore nel 1978 dell’Oscar per Star Wars) aiutano a rappresentare i personaggi come vere e proprie persone più che stereotipi e caricature tipiche dei film d’azione: i nomi dei membri dell’equipaggio della Nostromo sono unisex anche perché gli autori volevano che fossero dei “caratteri universali”, e che per ogni personaggio potesse essere scelto indipendentemente un uomo o una donna. A partire da questo si capisce dunque perché il gruppo non è composto dalla bella l’eroe il muscoloso l’intelligentone eccetera ma si ha più l’idea di una squadra di gente che lavora insieme, senza accenti di amicizie o rivalità evidenti: l’impressione che ho io è che sia un gruppo variegato di persone che passa mesi interi sulla stessa nave spaziale facendo un lavoro non particolarmente entusiasmante, e sopravvivono di rapporti civili e niente di più per quieto vivere.


Il team della Nostromo, se non comparisse l’alieno, infatti, non è una storia di eroi ma un racconto di un imprevisto e di come gente comune reagisce a quest’imprevisto: se non ci fossero trent’anni di fandom fino a metà del film non è nemmeno chiaro che Ripley è la protagonista, anzi sembra più una storia corale.

A dare quest’impressione contribuisce il fatto che la compagnia per cui lavora la Nostromo, la Weylan-Yutani, fornisce all’equipaggio una sorta di guardaroba da missione che uniforma anche il look rendendolo ordinario. Non una vera e propria divisa, ma la scelta dei capi è limitata: pantaloni cargo bianchi, tute, giubbotti e scarpe da ginnastica. Anche se mai chiarito, sembra che si tratti di una di quelle aziende totalitarie e ricche che si è costruita un’immagine da difendere, tanto che ogni pezzo dell’abbigliamento ha una toppa o un marchio, e i dipendenti vengono pagati in quote dell’azienda: quel tipo di compagnia che rovina la vita ai dipendenti, insomma.

Anche se gli indumenti di base sono gli stessi per tutti, ognuno ha degli elementi caratterizzanti che definiscono il personaggio senza distrarre o confondere: gli stivali da cowboy di Lambert, il berretto e la camicia hawaiana per Brett, la fascia per Parker; Brett e Parker sono i due più conciati male sia perché fanno un lavoro manuale, sia perché sono quelli che hanno meno rispetto per l’autorità della compagnia e quindi per l’uniforme. Ash, invece, che sostituisce all’ultimo momento un altro science officer, è quello più ordinato e preciso, e anche la sua uniforme sembra falsamente disordinata dall’uso, mentre le altre hanno un aspetto consumato più naturale. E’ il personaggio più rigido e freddo, ma quello che si scopre dopo è che è un androide e che il suo scopo è principalmente portare a casa l’alieno vivo, costi quel che costi. Dallas è il capitano e anche se è evidente che il resto dell’equipaggio non sembra rispettare l’autorità di Ripley o Kane (anche se la gerarchia non è mai chiara), il suo ruolo di controllo e superiorità è chiaro e si vede anche dal fatto che oltre a Kane è quello con l’uniforme più pulita e ordinata.
Ripley viene presentata all’inizio, insieme agli altri, nella biancheria di base dell’equipaggio per poi passare alla tuta e agli abiti da missione: se al momento di far tornare Dallas, Kane e Lambert sulla Nostromo si impunta per seguire il protocollo, il suo è solo buon senso e non un rigido attaccamento alle regole. Quando prende in mano la situazione, non è perché sia una badass ribelle in senso stretto, ma perché in quel momento è la cosa giusta da fare: Ripley vorrebbe mettere in quarantena i suoi compagni per sicurezza, ma è la stessa che si rimette a correre in giro per la nave momenti prima dell’esplosione per cercare il gatto. I suoi costumi sono perciò ordinari e adatti alla situazione, senza fronzoli né alterazioni dalla personalità esagerata.
Nel finale la si rivede in bianco, a chiudere la disavventura in solitudine, in rilassatezza. In parte è perché sta per incubarsi di nuovo, in parte perché si trova letteralmente sola nello spazio, e chissenefrega della divisa.


Le tute da esplorazione sono sporche, piene di protezioni e ingombranti, con particolare attenzione all’isolamento termico e alla resistenza. Sono progettate per affrontare incidenti di percorso e resistere a freddo o caldo estremi, le spalline proteggono da qualsiasi cosa ti cada addosso, e le gambe sono imbottite per difendersi dagli ostacoli che non si riuscirebbero a vedere, per via della limitata visibilità del casco. L’aspetto enfatizza sia il senso di pericolo dell’esplorazione dell’ignoto, sia la difficoltà di muoversi e reagire in velocità a quello che trovano, come ad esempio un uovo di alieno che ti si appiccica in faccia. Sono indumenti pesanti e pronti alla qualunque, non sono belli o eleganti perché non c’è bisogno che lo siano: sono l’equivalente spaziale della tuta da operaio.

La tuta bianca in cui si infila Ripley sul finale invece richiama molto l’aspetto della tuta da astronauta della Nasa che veniva usata in quegli anni nelle missioni spaziali americane e probabilmente il suo scopo anche nel film non è l’esplorazione ma la presentazione formale di un equipaggio all’arrivo (Ripley la indossa nello shuttle) o la manutenzione esterna della nave, io la immagino come una tuta di rappresentanza.

In generale il film non scade nel retrofuturismo tipico dei film di fantascienza di quel periodo: uno dei motivi per cui questo film è ottimo e funziona visivamente ancora adesso è che la produzione non ha cercato di farne un prodotto ambientato in un futuro molto più evoluto, e  il contesto reale dell’epoca si vede solo dalla vita alta dei pantaloni, dalle scarpe e dai capelli dei personaggi.

Di fatto, più ci si sforza di ambientare un film o un prodotto televisivo nel futuro, più è probabile che vent’anni dopo sembri storia antica. Che è un po’ il problema delle Nike di Ritorno al futuro eccetera: c’è un motivo se Alien è ancora così figo e la Nostromo resta credibile anche nel 2012, mentre per esempio la USS Enterprise di Star Trek viaggia in un futuro in cui la moda, i tagli di capelli e i computer hanno smesso di evolversi negli anni 60, togliendo magia al prodotto. La stessa cosa si nota negli ambienti: il minimalismo bianco della sala infermieristica è futuristico ma non esageratamente inventato, mentre i corridoi tecnici e le sale di controllo ricalcano interni di navi petroliere e cabine di pilotaggio degli aerei, senza scadere nel ridicolo ma richiamando invece luoghi reali e verosimili.

JJ Abrams ha rimodernato parecchio l’aspetto visivo di Star Trek nel suo prequel del 2009, aggiornando quasi tutto lo stile alle tecnologie contemporanee;
da quello che si vede nei trailer e nelle immagini promozionali di Prometheus, anche Ridley Scott ha preferito evitare l’effetto “capitoli precedenti girati dopo gli star wars originali” e il prequel ha un look tutto diverso, attuale. Per esempio, le tute spaziali sono così:

Certo che non c’entrano una mazza con Alien.
Sono molto più tecnologiche, di materiali tecnici/sportivi, e fanno pensare più ai supereroi che agli astronauti e alle loro tutone ingombranti.
Avessero provato a fare delle tute così in Alien nel 79, il risultato sarebbe stato paccottiglia da sketch comico, temo.

Ma, al di là del fatto che pur essendo un film ambientato in un periodo precedente ad Alien, rimane un film fatto ADESSO, MONDO DEL 2012, dove la gente fa i film senza attori e tanti di quei teli verdi che lèvati. Ma proviamo a trovare delle ragioni credibili (basate su mie personali e astute congetture sul trailer, peraltro) per cui un film nel cui universo mancano ancora decine di anni prima che la Nostromo si cacci nei guai, resti credibile e all’avanguardia in un universo in cui sono passati più di trent’anni da quando la Nostromo si è cacciata nei guai: la missione della Prometheus è una missione destinata solo all’esplorazione, mentre la Nostromo era una nave cargo che si imbatte in missioni esplorative per caso, quindi le tute sono progettate per avere alta libertà di movimento e comodità, per gente che probabilmente è destinata a camminare parecchio; in quel periodo le esplorazioni spaziali erano una novità eccitante, e il viaggio della Prometheus è un lancio che serve all’azienda anche come pubblicità e PR; gli esploratori in questione sono selezionati tra i migliori apposta per la missione, e le loro tute sono certamente fatte su misura, persona per persona, e costosissime, mentre quelle della Nostromo erano più una cosa taglia unica/tute di emergenza.
In più dice che in questo film Fassbender si è tinto di biondo per nessun motivo in particolare. Forse è per accentuare il senso di “artificiale”, che spiegherebbe anche la pettinatura da bambolo Ken?

Per concludere mi sembra doveroso citare il lavoro di Giger e Rambaldi sull’alieno: Avatar era ancora ben lontano, e per fare gli alieni si prendevano genti che indossassero tute da alieni. Nel caso di Alien, uno spilungone (reclutato in un pub, secondo IMDB).

Giger e la sua creaturina

L’Alien è un capolavoro di immaginazione e messa in pratica, sia dal punto di vista dell’animazione, sia per la percezione distorta che si ha durante il film: come l’equipaggio della Nostromo, neanche il pubblico si ferma più di tanto a guardarlo, cosa che aumenta la paura e lo spavento. Ridley Scott voleva che in nessun caso lo spettatore potesse capire che si trattava effettivamente di un tizio in una tuta da alieno, cosa che avrebbe distratto e interrotto la tensione, e costruisce un film il cui protagonista è quasi invisibile, un film in cui l’ansia parte proprio dalla percezione degli altri dell’alieno, viscido, agile, mimetico negli ambienti umidi e sporchi della nave: percezione sempre veloce e  distorta dalla prospettiva, più che un gran dispiegamento di effetti speciali di alta tecnologia.
Il resto è I gotcha, son of a bitch.

3 thoughts on “Basics: Alien, uniformi e tute spaziali dal 1979”

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