Velvet goldmine

Velvet Goldmine è un film del 1998 e questa è l’unica premessa che mi sento di fare perché se non l’avete visto, ciao, andate pure a vederlo poi ne parliamo. Oltre alla splendida colonna sonora in cui ci sono dei personaggini come Thom Yorke, Jonny Greenwood e Thurston Moore, questo film è una figata on so many levels di cui i costumi sono solo un minimo: in mezzo ci sono Ewan McGregor, il glam rock, Oscar Wilde, il sesso, eccetera eccetera.

Ci sono tre livelli principali nel racconto, uno tra la fine degli anni 60 e il 72, il 1974 e infine il 1984, in cui al giornalista inglese Arthur Stuart (Christian Bale) viene richiesto di indagare, a dieci anni di distanza dai fatti, sulla fine di Brian Slade (Jonathan Rhys Meyers), icona glam rock inglese che nel 1974 aveva simulato un attentato in scena durante un concerto. Arthur ripercorre la storia di Brian Slade e del suo alter-ego Maxwell Demon partendo da un livello molto personale, che lo ha accompagnato da quando era ragazzino nella scoperta di se stesso.

A livello di immagini, il film alterna momenti bui, cupi e sfuocati alla prevalenza di colori accesi e saturi, fantasie vivaci e luci chiarissime di effetto totalmente opposto.
La fine degli anni 60 e i primi 70 sono perfettamente introdotti fin dai titoli di testa:


Il contesto è quello della scena musicale, delle folle urlanti di ragazzine, del neonato concetto di rockstar: le persone coinvolte (escluso Arthur) fanno parte di un ambiente costituito per dare spettacolo, in cui l’eccentricità non è un’anomalia ma una norma.

La distanza tra la scena glam e la gente comune è evidente guardando la timida Shannon, che viene assunta come costumista, pur non avendo nessuna esperienza, ed essendo totalmente diversa dal gruppo che la accoglie: Shannon è l’unica vestita normalmente e sobria, e risulta fuori luogo.
A Londra in quel periodo andava così. Hanno inventato più mode in un decennio loro che nel resto del mondo da allora.
In questo contesto, appare sulla scena Brian Slade, giovane cantautore dai tratti hippy/ folk, in cerca di successo sulla scia di Little Richard.

Nel suo percorso verso la fama, dai piccoli locali alle aperture dei festival, Brian è affascinato dalla swinging London e viene in contatto con Mandy, che lo conquista con lo stile motown, e da Jack Fairy, personaggio androgino e ispirato a Brian Eno che rappresenta lo spirito decadente di Oscar Wilde.

Jack Fairy ha un fascino giocato sui dettagli degli accessori, della luce e del metallo che indossa, soprattutto la pietra verde che poi finisce per fare il giro del film; è una figura misteriosa (quasi sempre in nero), con pochissimi dialoghi, con una sua presenza delicata e elegante, fatta di abiti stretti che accentuano il contrasto con il trucco marcato.
Ma più di Jack e Mandy, ad attirare Brian verso un nuovo tipo di spettacolo e l’invenzione di Maxwell Demon è l’esibizione ipnotica di Curt Wild, cantante americano esagerato e incontrollabile.

No, davvero.


La prima esibizione, quella che magnetizza Brian (e chiunque guardi il film) (vi sfido) è in realtà TV Eye, in cui però il giovane McGregor si spoglia nudo quindi su youtube è protetto. Danneggiato e fragile, la maschera da palcoscenico di Curt è mettersi a nudo e sfogare gli istinti in modo brutale e appassionato. Nelle sue performance il glam rock è rivisitato in chiave già ironica, ci sono pantaloni luccicanti, glitter e zeppe, ma il corpo non ha bisogno di costumi particolarmente fantasiosi o trucco speciale, ma di pelle e sudore.
Brian è catturato dall’immagine di Jack Fairy e di Curt, e il risultato è l’invenzione di Maxwell Demon.

La storia si basa sulla vita di David Bowie, ed è in Maxwell Demon che si riconosce da dove venga l’ispirazione per i costumi: in un crescendo di colori vivaci e accesi, Brian passa sia in scena che nella vita privata da un look più vistoso, di gessati dai contrasti forti e giacche con inserti colorati, a una trasformazione in qualcosa di alieno, innaturale al massimo, dove il trucco, le maschere e l’apparenza diventano sempre più importanti. La ricerca sui costumi è particolare per la scelta degli outfit di Brian nella vita privata come per le esibizioni, in cui lo studio dei tessuti è ricercato e appariscente, dai “nuovi materiali” sintetici degli anni 70, lurex e spalmati aderentissimi, alla decadenza dei più sofisticati broccati e sete delle camicie, dei pantaloni strettissimi. Oscar Wilde viene reinterpretato a colori fino a diventare una sorta di alieno impersonale, in cui l’immagine è tutto, e la performance è così importante da mettere in scena anche un attentato a se stesso, in cui il sangue colora di rosso una tuta lucida, limpida e circondata di piume angeliche.

per la vostra gioia, Christian Bale con la frangetta

In tutto questo c’è il giovane Arthur, che in Brian Slade e Maxwell Demon vede una sorta di modello da seguire, perchè non è in grado di affrontare in altro modo la scoperta della sua sessualità: confuso e ostacolato dalla sua famiglia, vede nella personalità libera e sfacciata di Maxwell Demon qualcosa di invidiabile e un’ispirazione che lo spinge piano piano prima a nascondere i vestiti per uscire, fino a Londra, dove finalmente può sentirsi se stesso e lasciare da parte i giubbotti sportivi in favore di giacche alla moda, scarpette e eyeliner.

Il glam rock e l’ambiente che lo circonda, in cui l’ambiguità sessuale viene indossata, sono per Arthur il posto giusto dove mescolarsi alla folla uniformandosi non più alla sua famiglia e alla morale comune, ma a un gruppo e un pubblico di persone libere di sentirsi, accoppiarsi e vestirsi senza pregiudizi né limitazioni, in cui l’elemento comune è l’eccentricità, il distinguersi dagli altri, ma non dall’altro.

La chiave più interessante del film, secondo me, è però la lettura del comportamento e dell’evoluzione di Brian sulle persone che lo circondano: like nothing I’d ever seen before, and in the end, nothing like he appeared, dice Mandy, nell’incrinare la figura perfetta e dipinta di Brian e della sua personalità predominante.

La sua influenza agisce su tutti in modi diversi danneggiando quasi tutto quello con cui viene a contatto, perché la realtà è che se da un lato Maxwell Demon non esiste, è un personaggio di finzione, dall’altro è proprio Maxwell Demon a trascinare Brian in un mondo irreale, di sogni, in cui la libertà e la spregiudicatezza si ottengono a spese degli altri. Mandy, sua moglie, è la prima a subirne le conseguenze, e così se nel 70 era la sua più grande sostenitrice, al punto da vestirsi come lui e seguirne la moda e lo stile, al momento della separazione torna ad essere ordinaria, anonima, senza personalità, e nel 1984, quando incontra Arthur, è in nero, l’unico accenno di moda è negli anelli e nei braccialetti, l’unico punto a darle luce.
Anche Curt viene coinvolto da Brian in una relazione sia musicale che sessuale dalla quale fatica a riprendersi: ispirato a Iggy Pop e Lou Reed (che era stato sottoposto a elettroshock per curare la bisessualità), il suo personaggio sul palco è libero e senza limiti, ma nella vita è tutt’altro che esagerato e appariscente:

La differenza tra Curt e Brian nel privato si vede bene dalla scena del loro primo incontro, l’importanza e la cerimoniosità che ci mette Brian e il whatever di Curt.

Il look ricercato e vistoso di Brian e Jerry, di sete vivaci e stampe decise, contrasta di fronte alla figura esile e  chiusa di Curt, che riesce a stabilire un contatto con Brian solo negli eccessi di sesso droga e rocchenroll. Curt non fa parte del circo di Brian, ma solo di un circo immaginario, in cui tutti sono a sua immagine e somiglianza.

Nel 1984, Curt è tornato all’anonimato, ma il suo look è rimasto lo stesso, semplice e sportivo, mentre Arthur ha superato il passaggio dal glam, non spiegando se perché il glam è morto da un pezzo, o perché di fatto è ancora un omosessuale non dichiarato, ma entrambi i personaggi, come Mandy, sono tornati alla vita lontano dalle luci di scena con dignità e vestiario ordinario, che li confonde nel mondo altrettanto ordinario.

E mentre Curt passa la spilla verde e tutto quello che significa ad Arthur, la rivelazione che Brian Slade possa essere diventato Tommy Stone, star del pop anni 80, dice su di lui e  sulla sua tuta bianca più delle domande dei giornalisti; cambiata la faccia, il nome e la musica, ma il bisogno di attenzione del pubblico è rimasto lo stesso. Brian uccide Maxwell Demon per diventare Tommy Stone, ma la sostanza non cambia. Al suo fianco c’è ancora Shannon, trasformata anche lei nel passaggio degli anni da innocente e inesperta ragazza con il curriculum in mano in vistosa e onnipresente consulente di immagine e altro.

Il racconto si chiude ancora una volta sulla percezione del pubblico, sul potere della maschera di scena, sull’importanza del personaggio costruito e dell’artificialià: non c’è periodo in cui le apparenze e il look abbiano ribaltato certi schemi, sconvolto genitori puritani e messo in dubbio certezze come gli anni di David Bowie, di Iggy Pop e dei Velvet Underground, e Sandy Powell ne fa un’elaborazione impeccabile.

Se non avete visto Velvet Goldmine, correte a vederlo. Ci sono poche cose più universalmente sessuali di Ewan McGregor su un palcoscenico, e poi potrete unirvi a me nel sempiterno coro di Lady Gaga, non hai inventato niente e anzi certe cose sono in giro dagli anni 70. 

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