The Runaways

Girls don’t play electric guitars è il concetto che le giovani Runaways vogliono ribaltare. Los Angeles, anni 70, l’adolescente Joan Jett e il gruppo di sole ragazze non creano una rivoluzione di moda o di stile ma soprattutto di un modo d’essere: ti faccio vedere io se le ragazze non suonano la chitarra elettrica.
Il film del 2010 è di Floria Sigismondi, una che di musica ne ha vista parecchia trasformandola in immagini evocative come pochi altri sanno fare, e anche in questo caso riesce a farne un racconto non banale e suggestivo.

Anche se dopo l’esperienza delle Runaways saranno Lita Ford e Joan Jett a mantenere il successo da soliste, il film si concentra su quest’ultima e Cherie Currie. A interpretarle sono Kirsten Stewart e Dakota Fanning, attrici bambine famose per cose molto peggiori.

Cherie è una ragazza per cui la celebrità è un mezzo per esprimersi. Il suo look è originale e ricercato fin da prima di entrare nella band, anzi è il motivo per cui viene notata da Joan e Kim. Dall’aria innocente e aggraziata, il suo modo di vestirsi cambia nell’adeguarsi al suo ruolo di rockstar. Se all’inizio è timida e impacciata (“I can’t say that””What? Oh, Okay. Goodbye. Go sell girl scout cookies.”) piano piano acquista una sicurezza che le permette scelte più estreme anche in termini di stile.

Ma se da un lato la sua è un’eleganza naturale da Brigitte Bardot, quando Cherie è sulla scena, ispirandosi a David Bowie, fa della performance un atto di libertà sessuale, in cui emerge un lato più aggressivo. La lingerie indossata come costume diventa una provocazione per chi le dice che non dovrebbe farlo. Cherie-bomb è esattamente questo, un’esplosione di seduzione.

Cherie però a un certo punto ci rimane sotto (per riassumere). Fragile e distrutta dalle droghe e dalla celebrità, anche la sua figura diventa via via più esagerata e fuori luogo. Al termine del film la si vede in anni recenti, in divisa da lavoro, pulita e anonima.

Joan invece ha un tipo di presenza diversa, più decisa e dura. Bastano i primi cinque minuti di film a far capire che persona è: oltre alla scena con l’insegnante di chitarra di “girls don’t play electric guitars”, anche il suo look si decide con un sacchetto di monetine: “I want what he’s wearing”. Joan vuole la possibilità di fare musica preclusa alle donne e vestirsi senza doversi limitare al reparto donna del negozio e il suo giubbotto di pelle, ispirato allo stile punk inglese, è una costante dalla prima scena all’ultima.

Il rapporto di Joan con gli abiti è diverso da Cherie, lei fa parlare le sue canzoni e la sua chitarra. Se il suo look è limitato a t-shirt da ragazzina senza particolare ricercatezza, sono i pantaloni di pelle e la giacca a sottolineare la sua diversità dagli altri. Anche sul palco Joan risulta meno appariscente, ma quello che le interessa è la musica e la libertà di esprimersi, anche attraverso una t-shirt fatta a spray: la possibilità che a parlare di sessualità sia una ragazzina, GIOVANE e DONNA, una cosa che imbestialiva i maschilisti della zona.

Se la contrapposizione tra Joan e Cherie è quello che da alla band il potenziale per emergere, è anche quello che le porterà ad affrontare la celebrità e il successo in modo diverso con risultati opposti. Le due ragazze condividono più della presenza in una band, ma i loro ruoli sono ben distinti: anche se Joan sembra più disinibita e ribelle, sarà proprio lei a cercare di fare riflettere Cherie sulla piega che sta prendendo (“all you need is a porn name”) e ad arrabbiarsi quando vede il servizio fotografico per la rivista giapponese – “publicize the music, not your crotch!”

La differenza tra Joan e Cherie e tra le direzioni che poi prenderanno si vede bene nelle scene in cui sono insieme sullo schermo, opposte e complementari, una luminosa, bionda come una bambola e messa giù da gara, l’altra cupa e sgraziata, dura, in nero.

Le altre ragazze della band non sono sufficientemente caratterizzate, ma nell’ottica generale si possono riconoscere i tratti comuni della moda anni 70, in cui la loro particolarità non è nella scelta di un particolare look o stile, ma nella loro stessa esistenza di band di ragazzine che suonano rock’n’roll, e con un RECORD DEAL. Come Cherie e Joan, anche Sandy, Lita e Robin hanno circa 15 anni e i loro jeans a vita alta, magliette strette, zatteroni e short non sono diverse da quello che indosserebbero altre loro coetanee lontane da palcoscenici e amplificatori.

Il punto di unione è Kim Fowley, viscido produttore discografico che fa conoscere le ragazze per creare la band che ha in mente Joan. Eccentrico e dai modi bruschi, il successo delle Runaways (“bigger than The Beatles”) è però opera sua, e il suo abbigliamento è vistoso, appariscente, sicuro di sé.

Alla moda e volgare allo stesso tempo, Kim ha un look che lo fa sembrare distinto dalle ragazze ma che in qualche modo gli permette di essere anche un loro pari, di comunicare con loro allo stesso livello e di passare per amico disinteressato, più che per sfruttatore. Il suo stile di abbigliamento giocoso e irriverente è ambiguo e difficile da interpretare, e si dice che il vero Kim Fowley sia tale e quale anche adesso che ha una certa età.

In generale fare un film su personaggi realmente esistiti, soprattutto celebrità di cui è facile reperire documentazione fotografica e video, rende il percorso di ricerca sui costumi più veloce, ma allo stesso tempo in qualche modo più “obbligato”. Nel lavoro di Carol Beadle, costumista di breve esperienza, si vede però una cura del dettaglio e una coerenza con il vero che supera la mera riproduzione di look esistenti.

La caratterizzazione dei costumi di personaggio in personaggio è infatti diluita nel corso del film in modo non forzato, e  l’identità di ognuno si costruisce pian piano sulla base di piccoli dettagli e accorgimenti stilistici inseriti in modo fluido e naturale (gli accessori di Joan, il trucco di Cherie, Lita con le gambe scoperte). A me piace particolarmente la versione del film dei costumi del Live in Japan del 1977:

Il film è ben disegnato e realizzato bene, e la regia forse troppo virata in chiave televisiva diventa un punto di forza. A sorprendermi è stata soprattutto la recitazione del cast, in particolare di Kirsten Stewart, che riesce a rendere bene un personaggio impegnativo come Joan Jett – anche se la sensazione che l’attrice abbia una parrucca scomoda o una tinta fatta eccessivamente male per tutto il film non aiuta, così come i lineamenti troppo giovani per interpretare Joan Jett nella fase più adulta della sua carriera:

A me era piaciuta in Into the wild, mentre in Twilight (purtoppo sì, l’ho visto) mi pare una deficiente – ma alcune fonti più informate mi dicono che il suo personaggio è descritto come una rimbambita anche nei libri, quindi forse la sua recitazione da zucchina lessa è necessaria.
Che dire, speriamo che la sua carriera la porti più spesso verso altri film più interessanti come The Runaways.

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