London Tales

Agosto 2012, a Londra ci sono le olimpiadi. La città è piena di entusiasmo e colori e cose da fare. Io ho avuto tre giorni off dal lavoro e credo di aver speso di più in quei tre giorni tra mezzi di trasporto e cataloghi di mostre che per il biglietto dell’aereo. Ma Londra è un posto così, grande e dispersiva e caotica, e io mi sento subito a casa.
Alla Serpentine Gallery c’era una bellissima mostra di Yoko Ono, commovente e tenera, oltre che al padiglione di Herzog & De Meuron, due architetti che mi piacevano molto quando studiavo (poi io ho cambiato strada, loro no, meno male). E alla Tate Modern una bella selezione piuttosto completa di Damien Hirst, e un punto di vista interessante su Edvard Munch (che si faceva le foto con Instagram molto prima di Instagram), e la suggestiva performance di Tino Sehgal in cui, in sostanza, degli sconosciuti venivano a raccontarti i fatti loro oppure cantavano. Epico.
Ma comunque, io ero là a lavorare. Per le Olimpiadi. Ero là a lavorare alle Olimpiadi. Applausi. Grazie.

sul pass ci avevano scritto “Cast”. La delusione ogni volta che dicevo “costume department”.

Il Flag Handover è la parte finale della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, dove la bandiera olimpica viene appunto passata alla prossima città che ospiterà le Olimpiadi: in questo caso, Rio. Io facevo l’umile dresser per quel branco di inglesi e brasiliani caciaroni rumorosi e divertenti che sono comparsi nel finale della cerimonia di chiusura.

Lavorare seguendo un gruppo di persone così grande era un’esperienza che mi mancava. Tutto deve essere organizzato alla perfezione e anche se molte modifiche e correzioni si fanno all’ultimo minuto e il tempo e gli spazi per lavorare bene non sembrano mai abbastanza, ogni costume, ogni cambio deve essere preparato nel migliore dei modi perchè tutto si svolga più velocemente e senza complicazioni possibile. La maggior parte del cast che partecipava alla cerimonia era composta da volontari, perciò gente senza molta esperienza né nello svestirsi e vestirsi velocemente come può esserlo un professionista, né abituati ad avere troppa cura dei propri costumi (non che il mondo dello spettacolo sia privo di professionisti che lasciano i camerini come fossero esplose le bombe) o a capire la difficoltà. Le persone con cui ho lavorato io erano però se non altro quasi tutte disponibili e ehm, ok, vestiti in modi veramente scomodi e complicati. Perciò perdono anche i cafoni. Anche se. Vabè. No, lasciamo stare. Volontari. Poteva andare molto peggio.

In totale si trattava di circa trecento persone per un numero di meno di dieci minuti, e i costumisti ci hanno lavorato per più di un anno. Le prove in costume sono state poche e tutte in posti diversi – ci voleva uno spazio per provare che fosse grande quanto quello dello stadio olimpico – quindi ci è voluto non poco neanche per impacchettare e organizzare lo spostamento dei costumi in modo che fosse poi più semplice riallestire camerini e spazi di lavoro. Molti dei costumi avevano anche diversi elementi di attrezzeria e effetti speciali quindi c’è voluta anche una buona collaborazione tra reparti.
E’ andato tutto molto bene e il giorno dopo la casella mail di tutti noi coinvolti era piena di entusiastici messaggi di congratulazioni per il lavoro svolto. La cerimonia di chiusura io l’ho vista da un monitor perchè non tutti erano autorizzati ad arrivare fin dentro lo stadio olimpico, ma ho visto le prove generali da molto vicino.

yes that’s Brian May

spice up your life

Per la cronaca, la Victoria Beckham alle prove pare avesse uno straccetto di Celine. Tipo, oh, la prima cosa che le è capitata sottomano. Ma io e altre fortunate abbiamo visto passare David Beckham vicino vicino, e posso dirvi che “io non subisco il fascino dei calciatori”, “ma sarà basso”, “ma ormai ha un’età”, “ma dal vivo meh” “ma è un tamarro”, eccetera, sono tutte cazzate. David Beckham è indiscutibilmente figo. Ma stavamo parlando d’altro.

Lavorare alle Olimpiadi è stata una cosa bellissima, insomma. L’atmosfera era bella e divertente, e il gruppo di lavoro pur essendo composto da persone che non si conoscevano bene tra loro ha funzionato molto bene, mentre di solito ci vuole molto tempo per intendersi, invece questo è stato un caso raro e meraviglioso.

Nei giorni off, immune dalla stanchezza e sapendo di aver poco tempo a Londra, mi sono data all’esplorazione. Se siete qui immagino sia perchè vi interessi l’argomento costumi, e Londra non vi avrebbe deluso.

Designing 007: Fifty Years of Bond Style, al Barbican Centre, espone costumi, set e props dei film della spia più famosa del regno. Il percorso è organizzato in aree tematiche e non cronologicamente, e molti costumi sono esposti insieme ai bozzetti. Vedere da vicino oggetti e abiti di scena non è una cosa molto comune – in parte penso sia dovuto al voler mantenere la magia del cinema – ma è sicuramente suggestivo. Io ci ho passato un pomeriggio e non sono neanche una fan così accanita di James Bond. Il catalogo è molto ben fatto e la costumista Lindy Hemming ci ha messo parecchio di suo. Per altre informazioni c’è un ben più esauriente articolo di Clothes on Film (in inglese) sull’argomento.

Non ho potuto fare a meno di passare per la piccola ma ben fornita libreria del British Film Institute. Tra i (sempre scarsi comunque) libri sul costume che ho trovato, mi ha colpito Costume Design di Deborah Nadoolman Landis, costumista, insegnante e curatrice. Già nella bellissima introduzione sottolinea il fatto che “il costume non è moda” e si lamenta di quanto sia troppo facile confondere il lavoro del costumista con “Halloween, fancy dress, theme park”. Amore a prima vista. Il libro in sé è un ottimo punto di riferimento e il materiale grafico è da lacrimucce e tanta tanta invidia.

Già che ero al Southbank mi sono fermata per un aperitivo al Propstore, un simpatico pub/beer garden costruito solo con materiali di scena del National Theatre. Il locale è pieno di oggettini strani e i tavoli sono coperti da note di produzione. Ad avere il tempo c’è da perderci una giornata leggendo cose come “attore tal dei tali dice che non gli serve il gradino per entrare da quella quinta anzi gli è solo d’impiccio”, “madame tizia dice che si pettinerà da sola”, “il colore del fondale è ancora troppo blu ma non abbastanza blu”.

E poi, anche se c’entra poco, al Victoria and Albert Museum c’è una mostra dal titolo Ballgowns, dove sono esposti abiti da ballo che se poco hanno a che fare con la vita di tutti i giorni ma sono uno spettacolo per gli occhi. C’è anche il completo bianco tempestato di gocce indossato da Lady D, oltre che cose bellissime di McQueen, Vivienne Westwood e altri grossi nomi inglesi.

Considerando che non ci sono molte probabilità che io venga invitata a un’occasione tale da meritare abiti di questo tipo, vederli in un museo è probabilmente l’unica chance di osservarli da vicino, ahimè. Il V&A ha tra l’altro una bella sezione di storia della moda e presto ospiterà anche Hollywood Costume, le cui premesse sembrano ottime.

Forse non tutti sanno che… fuori dalla tube di Earl’s Court c’è una blue police box.

Insomma Londra quest’estate era come sempre strepitosa, ma forse per lo spirito delle Olimpiadi che ha invaso un po’ tutta la città, o forse perchè io ero là a fare qualcosa di interessante e divertente me la sono vissuta fino allo svenimento, ma anche se non ho avuto il tempo per fare altre mille cose (ci sono stata neanche quindici giorni) se ci passate a breve spero di avervi dato qualche idea in più.

P.S. Nelle intenzioni andando a Londra sarei anche riuscita a vedere film che qui sarebbero arrivati più avanti, come Prometheus e The Dark Knight Rises. No, non ne ho visto neanche uno.

(Esclusa la copertina del libro, le foto sono mie. yeah.)

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