Hollywood Costume – Victoria & Albert Museum, London

VA-Hollywood-Costume-J1-1010x794 Questo non è un post su una mostra. Perchè quella non è una mostra, è LA MOSTRA. Definitiva.
Sono andata a Londra carica di aspettative e devo dire che non sono state deluse. Hollywood Costume non vale solo i soldi del biglietto per il V&A, vale quasi quasi anche i soldi del biglietto dell’aereo. Giuro.
Il perchè del mio entusiasmo è facile da spiegare: la mostra è la creatura di una costumista, Deborah Nadoolman Landis (che ne sa a pacchi e ha firmato un botto di film che vi piacciono), e infatti non si tratta solo di una bella sala con dei vestiti sui manichini, ma una vera e propria esplorazione di ogni aspetto del lavoro del costumista. YAY. Inutile dire che ci voleva una costumista per farlo.

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Lo schermo cinematografico all’ingresso è solo l’anticipazione di quella che è la base del lavoro: la sceneggiatura. O, per riassumere, che si tratta di vestire gente per il cinema. Se facessimo solo dei vestiti (sì, sono abbastanza spocchiosa da contarmi nella categoria anche se lavoro in televisione), per quanto belli, beh, sarebbero vestiti, non costumi. La prima sala è dedicata al descrivere il lavoro punto per punto: dalla lettura della sceneggiatura, alla comprensione del contesto, alla ricerca, alla cura dei dettagli.

 

Per ogni costume esposto c’è una scheda che ne descrive il film, il regista, l’attore in quel ruolo e i materiali utilizzati (!), insieme a una nota di commento – del/la costumista, del regista o dell’attore.
Il costume che apre la mostra è il famoso vestito verde di tenda di Rossella O’Hara. Nella stessa sala vi sono altre perle come il guardaroba di Tyler Durden, l’accappatoio del Dude del Grande Lebowski e il costume originale di Indiana Jones (della stessa Deborah Nadoolman Landis).

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La seconda parte è dedicata a spiegare come il lavoro dei costumi sia un lavoro organico con le altre figure professionali del cinema: una bella, bellissima sala con alcune collaborazioni particolarmente organiche (Edith Head e Alfred Hitchcock, Martin Scorsese e Sandy Powell, Mike Nichols e Ann Roth, e Tim Burton e Colleen Atwood) (cuoricini per tutti) dove i costumi sono accompagnati da bellissimi display con ricerche e studi e interviste sia ai registi che alle costumiste – e agli attori.

Come avrete notato dalle foto (non mie, peraltro, c’era scritto no photo no sketching e meno male, se no avrei passato là tutto il mese) sono stata favorevolmente stupita dalla presenza di costumi contemporanei. Il cappottino blu di Closer!

Una parte successiva era dedicata, più che al cinema di genere, a come i grandi costumisti hanno affrontato le diverse possibilità e sfide di questo bel lavoro: dal passaggio dal bianco e nero al colore, i film di fantascienza, i kolossal, e addirittura un bel filmato sull’animazione in cui scopro che per Avatar James Cameron si è fatto confezionare i costumi da animare in CGI. Tutti i costumi.

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E poi la collaborazione con gli attori: la tutina di Meryl Streep in Mamma mia!. Il completo di De Niro in Casino.

La terza sala infine è quella delle icone, dove i costumi che hanno definito i personaggi, quelli che restano nella memoria e quelli che trasformano i film in capolavori sono esposti come personaggi a sè, come se fossero in comunicazione l’uno con l’altro, passando dall’eleganza di Audrey Hepburn e la sensualità dello strepitoso abito verde di Keira Knightley in Atonement alla tutina gialla della sposa di Kill Bill, dal completo di James Bond alla mantella di Harry Potter, e sul finale forse il costume più famoso di sempre, l’abito bianco plissettato di Marilyn Monroe.

Consiglio a tutti gli appassionati sia del settore costumi che del cinema in generale di vedere questo straordinario esempio di professionalità, che insegna letteralmente il mestiere a chi non ne sa nulla. Che vi importi del lavoro del costumista o che vi piaccia semplicemente il cinema, penso che ne valga decisamente la pena. L’unica cosa che lascia un po’ delusi di quest’esperienza è forse che non è possibile vedere davvero tutto da vicino (particolarmente discutibile secondo me la scelta di piazzare alcuni costumi troppo in alto, anche se legata al ruolo dei personaggi), e le luci basse, condizioni – temo – rese necessarie dalla cura e dalla conservazione dello stato degli abiti, troppo delicati per permettere altrimenti. Ma è un aspetto che davanti a tanta ammirazione passa inosservato dopo il terzo costume.

Altre cose:
-quando Deborah Nadoolman Landis (sì, sempre lei) ha fatto i costumi per The Blues Brothers ha dovuto cercare gli occhiali nei negozi di usato. Sulla scheda c’è proprio scritto “Rayban wayfarer – then discontinued”. Cioè, avevano smesso di farli, quegli occhiali. Ora ce li hanno tutti. Qualcosa vorrà dire.
-tendo sempre a difendere i costumi contemporanei rispetto ai grandi abiti di scena o alle ricostruzioni storiche, naturalmente più spettacolari, ma alcuni pezzi della mostra sono da perdere la testa: paillettes microscopiche cucite a mano, ricami esagerati e strutture architettoniche – c’è uno strascico di rete lungo dieci metri, tipo, e a ogni maglia della rete ci sono cucite conchiglie e conchigliette. Mi vengono in mente certe sarte che si lamentano di quante riparazioni ci sono da fare.
-sarebbe riduttivo chiamare “catalogo” il libro che accompagna la mostra, Hollywood Costume, al quale ovviamente non ho saputo resistere. Non solo per i materiali di studio, i disegni e le fotografie ma per i testi, che descrivono soprattutto l’atto pratico di fare i costumi per il cinema. Dovrebbe essere un testo scolastico per chiunque voglia studiare l’argomento.
-qui l’intervista di Clothes on Film a queen Deborah.

 

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