Lincoln

lincoln-walking-away2 Johanna Johnston è nella lista dei possibili vincitori di tutti i premi che contano quest’anno (l’Oscar, il BAFTA e il Costume Designer Guild Award – Excellence in period film) e il motivo è che se in questo Lincoln Daniel Day lewis è così bravo che ti fa dimenticare che alla fine gli sparano, il costume è fatto così bene che non lo si nota, quasi. E se un film è ambientato in un’epoca di inquartate lunghe, panciotti e tube per gli uomini e abiti che prendono forma dalle crinoline, il rischio di esagerare è parecchio alto. Invece. (Yay, Johanna Johnston). Tra l’altro, la signora è responsabile dei costumi di un sacco di bei film e non ha mai vinto un Oscar, quindi forse questa è la volta buona.

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Escluse le vere e proprie scene di guerra, l’epoca in cui è ambientato il film – la guerra di secessione, in particolare il 1856 – non è esattamente ricca di colori: le divise dei militari, necessariamente distinguibili (si battevano corpo a corpo, non era periodo di divise mimetiche: questi stavano letteralmente in mezzo ai campi) sono state ricostruite secondo fonti storiche e ricerche bibliografiche precise, per quanto riguarda la parte politica della guerra il rischio era di avere stanze piene di gente in nero.
Gli uomini indossavano le inquartate quasi sempre monocolore, e nel trasporre per il cinema un contesto quasi esclusivamente composto di uomini in nero con un sacco di barbe e baffi importanti il rischio di appiattire il tutto è abbastanza grosso.

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La scelta quindi di giocare con diversi tessuti e di attribuire a ogni personaggio un minimo dettaglio personalizzato diventa perfetta, perché le scene si arricchiscono di livelli e di profondità. La lana inglese per i cappotti maschili è lavorata in diverse finiture e il nero viene scalato in toni diversi dai grigi ai marroni, i cappelli hanno forme e rivestimenti leggermente diversi. Le sete pregiate dei panciotti, dei papillon e delle cravatte illuminano i personaggi  creando in generale un senso di varietà anche nell’uniformità della classe politica. In più tutti gli abiti sono invecchiati a dovere – non c’erano i pronto moda e un cappotto da uomo durava dieci-quindici anni. L’uso di tonalità diverse nei personaggi secondari che entrano ed escono dalla scena contribuisce a fissarli individualmente in un film il cui cast conta una cifra esagerata di gente che parla (più o meno sempre delle stesse cose, fra l’altro), in particolare Seward (David Strathairn), Bilbo (James Spader), e Blair (Hal Holbrook).

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Per quanto riguarda il presidente Lincoln, la sua iconografia è così popolare che perfino io che non so una mazza di storia americana sapevo come si vestiva: il suo cappotto nella vita vera era nero, ma la costumista sceglie un marrone scuro per farlo risaltare di più rispetto agli altri personaggi e non perderlo nelle scene di gruppo. A differenza della moglie, piuttosto frivola e ricca nell’abbigliamento, gli abiti di Lincoln sono sottotono, quasi banali. In quest’intervista la Johnston dice che sia lei che Daniel Day Lewis hanno ragionato sul fatto che Lincoln non sembra mai a suo agio negli abiti eleganti, che i capi sembrano cadergli addosso, complice un portamento bizzarro e una statura importante rispetto alla sua magrezza.

Daniel Day Lewis as Lincoln

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La ricercatezza è quindi sottilmente nascosta nei particolari, anche qui: la tonalità di colore della lana del cappotto, le ciabatte con il tallone pestato, il peso del plaid con cui gira per casa, la fodera della tuba, l’orologio da taschino, la cravatta, replica di un originale. Il pantalone, di lana visibilmente pesante, contribuisce a sottolineare che dell’eleganza a Lincoln non gliene fregava più di tanto ma era più interessato alla praticità.

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Se anche i figli hanno le loro peculiarità e caratteristiche (i colori più chiari di Robert e la divisa di Tad), è nello sviluppo di Mary (Sally Field, che è pure ingrassata apposta per questo ruolo) che si notano le contraddizioni e le condizioni di un’epoca tanto ricca di cambiamenti.

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Le sete e i tessuti degli abiti della first Lady arrivano dall’Asia e la ricerca sui colori è basata sui gusti reali della signora Lincoln, e la ricchezza di dettagli negli abiti è storicamente coerente. La misura delle gonne e delle crinoline è simbolica dell’epoca, in cui le donne non avevano altro ruolo che essere viste e guardate, e la scarsa mobilità degli abiti riflette la poca importanza che avevano. Il personaggio è però dotato di una voce sua (anche se limitata al volere del marito) e la costumista ne riconosce la visibilità senza esagerare.

lincoln-spielberg-daniel-day-lewis-sally-fieldAlcuni abiti sono ricostruiti secondo documentazione di abiti originali di Mary Todd, ma il pezzo forse che si fa notare di più è la parure di collana e orecchini di cerchi di diverse dimensioni, che si vede più volte durante il film, anch’essa ricostruzione di un pezzo originale. Se la vera Mary Todd aveva dei gusti sofisticati e delle vistose differenze dalle altre donne, la costumista sceglie però di limitarsi, e a ragione.

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Il problema del costume storico è che va bilanciato: se è troppo poco fedele se ne nota l’assenza, se fin troppo fedele diventa ridondante (il colore preferito di Mary Todd era il fuxia e ci aveva vestito pure i camerieri della casa bianca, ma a noi che vediamo il film checcefrega?). Johanna Johnston fa invece un lavoro moderato e potenzialmente perfetto secondo il mio mantra che se non è uno show il costume si deve notare poco.  Allo stesso modo Spielberg (di cui non sono una grande fan) concentra l’attenzione sull’uomo Lincoln e sulle sue parole più che sul suo valore storico, costruendo un film intimo e denso che sicuramente vale la pena vedere. Anche se devo ammettere che mi sono stupita (e parecchio) nello scoprire che erano i democratici ad essere contrari all’abolizione della schiavitù mentre i repubblicani erano a favore.

Immagini © 2012 – DreamWorks

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