Mood Indigo – la schiuma dei giorni

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05_Mood-indigo_640-480_resizeSenza utilizzare l’abusata espressione il genio visionario di Gondry, è facile dire che questo film può piacere soltanto (forse) a chi ha letto La schiuma dei giorni, il libro di Boris Vian da cui il film è tratto.
Ecco, io l’ho letto.
Perché se no, Gondry bello eccetera, ma anche ai fan del regista questo film sembrerebbe complicato, troppo sopra le righe per essere comprensibile in sole due ore: l‘immaginario di Vian è così articolato e ricco di dettagli e particolari surreali che probabilmente solo Gondry poteva farne un film, e infatti lo fa a modo suo ma mantenendo alla lettera la maggior parte delle bizzarre creazioni dell’autore.
Basti pensare che il libro è stato scritto nel 46, ma si capisce di trovarsi tra le mani delle pagine insolite nelle prime dieci righe:

Colin posò il pettine e, armatosi di un tronchesino, tagliò obliquamente gli angoli delle sue palpebre opache, in modo da rendere misterioso il suo sguardo. Era costretto a farlo spesso, perché ricrescevano in fretta.

Gondry sceglie di mettere il libro in immagini letterali, divertendosi un mondo, forse troppo: infatti una delle prime cose che fa Romain Duris è tagliarsi le palpebre, dopo aver trapanato il pavimento della sua doccia per far scendere l’acqua. In generale, l’uso di tecniche cinematografiche non realistiche si accosta bene al testo di Vian, del quale non ci è mai detto se ambientato in un futuro più o meno lontano o in un reame delle fiabe (di fatto ci tengo a considerare il racconto come una fiaba nonostante l’assenza del lieto fine perché ne contiene tutti gli elementi), cosa che permette a Gondry la massima libertà nelle ambientazioni e nel contesto visivo.

Così anche le bizzarre descrizioni del testo prendono forma più o meno letteralmente sullo schermo, e sebbene il film risulti confusionario e faticoso – gli effetti speciali visivi, specialità del regista e tocco di magia in Eternal Sunshine Of The Spotless Mind, per dire, sono fin troppi e appesantiscono la trama che già non è delle più allegre – certe immagini sono un piacere per la vista.

I costumi sono purtroppo facilmente sacrificabili nonostante la libertà registica, visto che Vian fa costantemente ricorso a materiali immaginari e dettagli fin troppo esasperati per inserirli nel film:

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Colin infilò i piedi in un paio di sandali di cuoio di pipistrello rosso e indossò un elegante vestito da casa, pantaloni di velluto a coste verde acqua molto profonda e giacca di raso di lana color nocciola.

Non avendo vincoli di tempo e di luogo, per i costumi (di Florence Fontaine, già costumista di L’Arte del sogno) Gondry sceglie di ignorare alcune parti descrittive a favore di un’immaginario più chiaro e meno legato al testo, dando al film un carattere senza tempo in cui costumi veri e propri convivono con elementi del quotidiano senza appesantire ulteriormente. C’è un gusto un po’ retrò nella scelta dei tessuti, dei colori e delle forme, molto pulite e lineari, che richiamano gli anni 60 seppur rivisitati in termini contemporanei.

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Sia nella scena (non presente nel film) del primo pomeriggio al pattinaggio che in quella della festa, Vian descrive le ragazze vestite allo stesso modo:

[Alise] era vestita, caso strano, con un maglioncino bianco e una gonna gialla. Aveva scarpe bianche e gialle, e pattini da hockey. Aveva calze di seta fumè e sopra calzettoni bianchi, ripiegate su scarpe affaticate dallo sforzo di diventare alte e allacciate con stringhe di cotone bianco che correvano tre volte intorno alla caviglia. Alise comportava, inoltre, un foulard di seta di un verde intenso […]

Isis, nel corso dei suoi diciott’anni di vita, era arrivata a munirsi di un maglioncino bianco e di una gonna gialla con un foulard verde acido, scarpe bianche e gialle e occhiali da sole

Invece alla festa sono Isis e Chloe ad essere vestite uguali, ma probabilmente nel film avrebbe confuso ancora di più la scena:

[Isis] Era un vestitino semplicissimo, di lanetta verde mandorla con grossi bottoni di ceramica dorata e una griglia di ferro forgiato che formava il carré della schiena. 

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Mediamente le ragazze erano presentabili. Una di loro portava un vestito di lanetta verde mandorla con grossi bottoni di ceramica dorata, e sulla schiena, un carré con una forma un po’ particolare. 

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Più filologica è invece la resa della scena del matrimonio – non solo Colin si inchioda letteralmente la cravatta, ma anche gli abiti di Chloe, Isis e Alise coincidono con la descrizione scritta, calze fini come fumo d’incenso, dello stesso colore della sua pelle bionda, e le scarpe alte di cuoio bianco; e ancora sopra c’era il suo abito bianco, tutto disteso, e c’erano anche i due vestiti di acqua chiara di Isis e Alise; due strati di mussolina che le avvolgevano tutto il corpo, e un grande velo di tulle che partiva dalle spalle, lasciando la testa completamente libera (anche se capisco la comodità di scena di eliminare il velo di tulle).

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Anche l’anello a forma di nausea di Alise fa una breve apparizione, ma in generale le ricche descrizioni degli abiti, dei tessuti e delle intricate decorazioni di Vian non si ritrovano nell’immagine, che è un po’ un peccato avendo a che fare con un testo così impreziosito di dettagli. Anche tralasciando il testo però, si nota molto bene la bravura di Gondry nel rendere in modo letterale l’allegoria del racconto, il grande e ricco mondo di Colin che si rimpicciolisce spegnendosi mentre la malattia di Chloe assorbe la luce di lei.

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A suo modo non posso dire che sia un brutto film, ma forse è solo per estimatori del genere. Nerd degli effetti speciali, intendo. O film belli da vedere. Il libro è uno di quelli che ti schiantano l’anima, e il film non si può certo considerare allegro, anche se la delicatezza della storia è amara e dolce allo stesso tempo. In più, ahimè, Romain Duris e Audrey Tautou hanno quasi quarant’anni e si vede, ma è una sorpresa perché per me restano sempre i ragazzini di Amelie e bambole russe, quindi è un po’ come rivedere dei vecchi amici dopo tanto tempo. (che è un modo sottile per dire stiamo tutti invecchiando)

In ogni caso la parte più letterale e ben riuscita che mi rimarrà impressa del film è questa (a cui avevo messo l’orecchia sulla pagina ben prima di vedere il film)

Chick gli prese il coltello dalle mani, e con un gesto deciso, lo piantò nel dolce. Lo tagliò in due, e dentro il dolce, c’era un nuovo articolo di Partre per Chick e un appuntamento con Chloè per Colin.

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