American Hustle

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american-hustle1 Meraviglia. Film bello e divertente ma non si riesce a staccare gli occhi dalla meraviglia dei costumi di American Hustle (2014), di David O.Russell (autore del riuscitissimo adattamento di The Silver Linings Playbook lo scorso anno). Michael Wilkinson, costumista di un mucchio di cose molto belle che avete visto tutti, raggiunge un livello di cura dei dettagli e caratterizzazione dei personaggi davvero altissimo con la sua riproduzione degli anni ’70 per il cast davvero azzeccato di questo gioiellino di film che rischia di diventare un gran bel classico (di quelli belli lunghetti da non guardare la sera tardi, ma bello comunque nonostante qualche parte un po’ pesante).

Ai costumisti fare le cose period piace un casino. Davvero, lo ammetto. Non so spiegarlo, direi che è legato al fatto che sia… più divertente? Boh? Comunque. Il punto è che fare le cose in costume non è per niente facile, se vuoi l’accuratezza. Gli anni 70 soprattutto, piacciono un casino ma è facilissimo farli sbagliati – si tratta di un periodo già visto e rivisto e reinterpretato in ogni forma. Il fatto che il vintage non passi mai di moda non aiuta. In questo caso però bisogna fare solo cenni di approvazione o applausi esagerati al lavoro di Wilkinson, perché non c’è nulla di sbagliato. Anziché concentrarsi sulla semplice replica dei tanti cliché sugli anni 70, l’ispirazione si rivolge al lato più ricercato e sofisticato dell’epoca.

Il giusto mood è stato ottenuto con un sapiente uso del repertorio, Wilkinson ha detto in un’intervista online per  WWD:

“Volevamo che ci fosse una freschezza riguardo ai vestiti. Spesso, utilizzando solo abiti di una certa epoca, e si tratta di capi che ora hanno quasi quarant’anni, è difficile ottenere la freschezza e il giusto sapore. Anche se abbiamo cercato di usare il maggior numero di pezzi autentici possibile, abbiamo anche inserito qualche capo più contemporaneo, oltre che crearne alcuni appositamente”.  

Il costume ha un ruolo centrale nel raccontare la storia di ciascun personaggio: ognuno viene da un background diverso, ma ciò che li accomuna tutti è  la disperata consapevolezza nel fare qualsiasi cosa necessaria pur di sopravvivere; ognuno a modo suo, cercando di restare a galla in un mondo cinico e che gli metterebbe i piedi in testa se non fossero in grado di reagire. Tutti i personaggi principali sono figure a tutto tondo, continuamente in evoluzione, continuamente obbligati a reinventarsi e il look li trasforma in quello che vorrebbero essere.

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Iconica è la prima scena del film, in cui vediamo con quanta accuratezza Irving (Christian Bale*) si sistema l’orribile riporto, per subito dopo protestare con Sydney (Amy Adams) che avrebbe vestito Richie (Bradley Cooper) “come lui”, con tanto di commento sulle differenze tra i due abiti. L’importanza che dà il personaggio all’abbigliamento del suo rivale e a quanto questo lo ferisca si intuisce quando vediamo come Sydney e Irving trovino il loro primo punto di contatto circondati da file di abiti appesi, nel retro della lavanderia.

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Sydney stessa lo descrive, al loro primo incontro, “non troppo in forma”, e credo che si riferisca al riporto come “imbarazzante” o “evidente” o qualcosa di simile, ma, ugualmente, molto sicuro di sé e consapevole di avere, nell’onestà del suo aspetto, un certo fascino. Non cerca di nascondersi la pancia, ma nonostante ciò non si limita nel gusto né nell’eleganza. Wilkinson si sbizzarrisce con i tessuti, soprattutto velluti e fantasie, e con la seta degli ascot, portati sempre con la camicia aperta.

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Se Richie, il personaggio di Bradley Cooper, viene accusato di “copiarlo”, è perché lui invece ci mette molto più impegno, ci tiene all’apparenza. Che debba fare uno sforzo in più rispetto alla naturale eleganza di Irving si intuisce già dal loro primo incontro, in cui sembra ovvio che abbia problemi con il collo della camicia – mi sono persa un pezzo di dialogo perché mi innervosiva la cravatta storta. Richie è uno trasandato, che per farsi bello ha la pazienza e la determinazione per arrotolarsi i capelli in molti più bigodini di quelli che servono a Amy Adams e Jennifer Lawrence messi insieme.

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Mentre la truffa dello sceicco diventa sempre più complicata e il suo coinvolgimento con Sydney si approfondisce, lo vediamo sempre più deciso e arrogante anche nella scelta dell’abbigliamento, che diventa sempre più spavaldo, evidente soprattutto nella scena in cui va a ballare con Sydney, in pieno stile disco:

“Comincia come un tipo ordinario, il tipico anonimo, tizio dell’FBI in bianco e nero, in abiti di poliestere e cravatte pacchiane. Incontra Irving e Sydney, e gli si apre tutto un mondo nuovo, e un modo di pensare diverso, che è più sofisticato e ricco di sfumature. All’improvviso, indossa giacche di pelle, porta occhiali da sole appariscenti. Compra un cappotto sportivo, stile western, porta una sciarpa di seta allo Studio 54. Esplora il potere degli abiti e come questi influenzano il modo in cui la gente ti vede in relazione al mondo”.

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Allo stesso modo, l’eleganza affettata di Carmine Polito (Jeremy Renner) è perfetta per il personaggio politico, buono, che vuole far del bene ma si trova a suo modo costretto a cadere nella truffa: per lui soprattutto colori chiari e tessuti raffinati ma sempre piuttosto istituzionali. L’ispirazione è un po’ quella del mondo rispettabile e losco allo stesso tempo di Sinatra, mentre l’acconciatura appositamente fastidiosa è lì a ricordarci che è un tizio importante.

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Se gli abiti maschili sono per lo più originali d’epoca senza brand, è con le donne del cast che il costume e il vintage firmato diventa davvero mezzo di narrazione; a partire dalla piccola sfilata di Sydney/Edith nella lavanderia di Irving, fino alla festa al casino in cui finalmente si confronta con Rosalyn (Jennifer Lawrence).

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Wilkinson dice che il personaggio di Sydney, che finge un accento inglese (sarei curiosa di vederlo in originale) inventandosi una seconda identità per truffare gente inconsapevole e arricchirsi, è uno di quelli in cui più si nota la ricerca di sé attraverso l’abbigliamento:

“Il personaggio di Amy mi ha ispirato perché segue una certa traiettoria attraverso il film. La vediamo arrivare a Manhattan, una ragazza di provincia. Sta scappando da un passato che cerca disperatamente di seppellire. Incontra un uomo, si innamora e acquista la sicurezza per reinventarsi in un modo davvero completo, dalla testa ai piedi, e inizia a sperimentare la moda dei grandi stilisti che può finalmente permettersi”.

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Io forse non avrei esagerato con le scollature così profonde senza reggiseno per vestirla, ma bisogna riconoscere che è proprio lo stile degli abiti di Halston a darle sicurezza e carattere, fin dalla sua prima apparizione in scena. Oltre ad Halston, le grandi firme del tempo si riconoscono in diversi pezzi: dall’iconica borsa pitonata Gucci agli accessori (collane, orecchini e bracciali, oltre che un paio di loafers con la zeppa), ci sono gli occhiali oversize di Christian Dior e le scarpe disco di Charles Jourdan. Tra gli abiti, oltre a Halston con le scollature e gli abiti di maglina drappeggiata, si intuisce parecchio Diane Von Furstenberg e il suo classico wrap dress.

L’abito di paillettes con scollo all’americana per la festa del casinò, invece, è stato creato appositamente dal costumista, così come quello indossato da Jennifer Lawrence, Rosalyn:

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Nel suo caso, l’abbigliamento racconta una storia diversa: la differenza è netta tra quando è in casa, dove riesce ad essere manipolatrice e vittima allo stesso tempo, pronta a stuzzicare il senso di colpa di Irving, e quando esce.

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Ha questi sbalzi d’umore pazzeschi, e il suo carattere passivo-aggressivo si rivela nel gusto provinciale, da casalinga di Long Island. In casa indossa tute e caftani oversize, ma appena esce di casa, è dressed to kill, unico suo scopo quello di rendere Irving geloso.

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Jennifer Lawrence

Dai, chi non ama Jennifer Lawrence? La scena in cui fa le pulizie in casa, indossando abitino maculato e guanti di gomma cantando Live and let die, varrebbe tutto il film da sola.

Enjoy, buon divertimento. Secondo me questo film può vincere quasi tutto.

*Per convincermi ad andare al cinema anche il primo gennaio, con il freddo e i postumi delle feste, basta dire “Christian Bale” 

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