The Hunger Games: Catching fire (La ragazza di fuoco)

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Trish Summerville faceva la stylist per pubblicità e video prima che David Fincher le desse l’opportunità di esordire nel cinema con Millennium, e il risultato è l’indimenticabile Lisbeth Salander di Rooney Mara. Nel secondo capitolo degli Hunger Games, Catching Fire, il suo intervento di rielaborazione rispetto alla prima parte, i cui costumi erano stati creati da Judianna Makowsky è segnato soprattutto dal modo in cui ha cambiato il suo ruolo da costumista a direttrice dei costumi; per arricchire la Capitol del film infatti si è avvalsa soprattutto di collaborazioni ben selezionate; Alexander McQueen, Cerre (luxury brand di pelle che già aveva realizzato la giacca di pelle di Salander in Millennium), House of Worth e altri.

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In un momento in cui spesso la collaborazione tra marchi di moda e costume è problematica con gran giri incasinati di dove finiscono i credits (gli articoli su il Grande Gatsby parlano quasi esclusivamente di Miuccia Prada, anche se i costumi sono a firma di Catherine Martin, come in tutti i film di Luhrmann; Amy Wescott ha quasi dovuto litigare per ricordare alle simpaticissime di Rodarte che la costumista di Black Swan era lei), sembra che invece Summerville si accosti alle collaborazioni firmate con umiltà e consapevolezza, riuscendo a mantenere il suo tratto e la sua supervisione per tutto il film senza farsi mettere i piedi in testa, ma sfruttando le opportunità della collaborazione. Ecco, è così che si fa. Facendo pure storcere il naso alle colleghe, tra l’altro – a Hollywood, dove i budget sono più alti, farsi aiutare dal mondo della moda non è visto come un vantaggio (ho qualcuno che mi presta i vestiti) ma come un sacrificio del proprio lavoro (però non è roba che ho disegnato io). Ma quando poi il risultato è questo, cosa si può dire? (è troppo ovvio il “Trish hi nice to meet you please please let me work with you”?)

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Così anche se in Catching Fire tutto è stato revisionato (regia, costumi, fotografia) la base da cui parte Summerville rimane il già ottimo lavoro di Judianna Makowsky, di cui mantiene sia la palette di colori sia alcuni pezzi (incluso il giubbotto di pelle, anche se era stato venduto all’asta!). Così ancora una volta il colore sgargiante e vivace è riservato allo sfarzo della capitale, mentre i distretti possono essere caratterizzati con più dettaglio visto che l’ambientazione è già familiare per lo spettatore – e nelle comparse Summerville si sbizzarrisce nei più piccoli particolari, dando a ogni distretto un look dettato dagli avanzi di quello che producono per la capitale: dita dipinte, tessuti e colori più vivaci nel distretto del tessile, reti e altri oggetti legati al mare nel distretto della pesca e così via.

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La Capitale e i suoi personaggi si trasformano e cambiano molto velocemente; hanno un appetito insaziabile e la possibilità di spendere, quindi non c’è stata per Summerville una vera necessità di restare legati ai costumi (già strepitosi) del primo film; così se è stato fatto onore alla tenuta da caccia di Katniss (giacca e stivali sono stati invecchiati) e il fatto che parte sia ambientata in inverno ha permesso di aggiungere strati e accessori, il mondo della capitale poteva essere radicalmente trasformato perchè tutta la capitale segue la moda ogni stagione. Inoltre, la lettura di un libro permette a ognuno di sviluppare un immaginario proprio, ma realizzare nel pratico ciò che è immaginario non sempre è possibile e bisogna fare dei compromessi. Ma Summerville si è concentrata su… internet: “Non sentendo una gran pressione per replicare la linea del primo film, ma ho letto parecchi fansites e blog per vedere nello specifico quali pezzi descritti nel secondo libro erano attesi con più anticipazione dai fan”.

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Rispetto al primo film mi è piaciuta di più la varietà degli abiti; se Effie Trinket era perfetta nel suo stonare drammaticamente con il distretto di Katniss e Peeta, con il suo abito scomodo e fuxia davanti a una fabbrica abbandonata, la stessa ci veniva descritta come fashion icon, ma quasi tutti nella capitale avevano il suo stesso stile. Mi pare che in questa versione ci siano caratterizzazioni meno omogenee.

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Rispetto a Katniss e Peeta, vincitori dei Giochi, i loro abiti arrivano dalla Capitale, e ora i due hanno un po’ di soldi finalmente, e sono molto maturati. La transizione è chiara, il loro stile è sempre lo stesso ma semplicemente con degli abiti migliori: Peeta porta ancora stivali da lavoro, e gli abiti di Katniss sono molto più funzionali che estetici. Mentre viaggiano e concedono interviste durante il victory tour, i loro costumi migliorano, diventano un po’ più studiati, hanno più colore, sono più vicini allo stile della Capitale, sottolineando la crescita e i cambiamenti estremi subiti dai due personaggi durante un anno di vita.

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Il pezzo che più mi ha colpito, al di là dei grandi abiti, è senz’altro la sciarpa asimmetrica che Katniss indossa all’inizio del film, un pezzo di Maria Dora – scopro grazie a Google – che, contestualizzato nel distretto di Katniss ha ancora l’aria artigianale e bizzarra (ma per esempio sarebbe perfetto anche per girare in motorino d’inverno), ma non sta male neanche quando viaggia sul treno con il marketing. I costumi di Katniss, ricchi di piume e tele svolazzanti e di accessori più grezzi, rappresentano la sua ascesa nel mondo della capitale mantenendola legata alle sue origini di poveraccia del distretto;

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L’abito nuziale, realizzato dall’indonesiano Tex Saverio, rappresenta allo stesso tempo sia la ragazza di fuoco sia il Mockingjay (scusate, l’ho visto in inglese. immagino sia un uccello? inventato dall’autrice? illuminatemi) – la leggerezza delle piume e dell’organza della gonna, il motivo a fiamme d’argento nel bustino; e, una volta trasformato l’abito, lo chiffon con cui è realizzato l’abito è stampato con immagini create con un illustratore a partire da ali e piume di ghiandaie, tordi, fagiani e pavoni.

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Difficile la creazione delle uniformi dei giochi, perchè doveva uscirsene con qualcosa che stesse bene addosso a 24 persone diverse, e che fosse sia bello da vedere sia funzionale alle scene, perciò con un tessuto che si adattasse alle esigenze diverse sia di scena (dentro o fuori dall’acqua, bagnato o asciutto) sia degli stunt. Le scarpe sono state progettate appositamente: dovevano andare bene sia per camminare sulle rocce che per nuotare, e sono state realizzate con la possibilità di mettere delle cavigliere di protezione e sono modulari, in modo da poterle togliere smontandole (!). Nelle tute invece, il motivo della decorazione integra le imbottiture e le protezioni, dandogli un look tecnico e esteticamente molto elevato – decisamente rispetto alle tute dei giochi del primo film.

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L’abito della presentazione di Johanna è bellissimo e azzeccato (anche se lei nel film lo schifa), è la rappresentante del distretto della falegnameria e quindi contiene anche dei dettagli di corteccia e legno sia nella stampa che nei decori: “Non si riesce a vederlo per intero nel film, è un’immagine rapida. Ma è una tuta interamente fatta di tulle leggerissimo, con una stampa tridimensionale verde metallico, così sembra una corteccia, e il busto è fatto di pelle di bronzo lavorato a mano; quello è un mio modello. E porta questi bei stivali di McQueen, di repertorio, che sono letteralmente come rampicanti patinati. Era proprio un bel costume per lei ed era perfetto per il personaggio di Johanna, visto che lei è del distretto del legname. Cercare di fare qualcosa di creativo e sexy che abbia il sapore del legno è piuttosto divertente, ma era proprio perfetto. Sembrava un supereroe”.

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Effie Trinket è quella più riconoscibile; se anche nel primo film tutta la capitale era caratterizzata da uno sfarzo esagerato, da un mettiamo tutto perchè possiamo, sul personaggio di Effie c’era sempre una nota dolente, un qualcosa che sottolineava che anche lei di fatto è una pedina sottoposta – scarpe impossibili, punti vita irrespirabili, strutture di abiti con cui è impossibile non dico sedersi, ma anche solo camminare, forse; la natura di Effie è duplice perchè si è affezionata a Katniss e Peeta, ma allo stesso tempo, è quella che chiama i tributi, lavoro che non le piace proprio. Summerville rimarca questa difficoltà, questa sua autopunizione dello stare nei suoi panni, dandole allo stesso tempo un guardaroba di Alexander McQueen che levati, e House of Wrath. Nella prima scena in cui la si vede, l’inverno sta finendo e lei torna dai suoi ragazzini, quindi? farfalle dappertutto. In una scena successiva indossa delle scarpe senza tacco, sempre McQueen da equilibrista, e tutti questi dettagli danno al personaggio un senso di instabilità – forse anche troppo didascalico.

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I costumi di Peeta invece sono simbolo della sua crescita tra il primo film e il secondo; giacche strutturate e abiti che scolpiscono il fisico, aumentando anche la percezione dell’attrazione che Katniss prova inizialmente per lui. Ci sono anche degli accenni di verde, spesso, visto che è il colore preferito della protagonista, come se lui comunque si vestisse sempre per impressionarla.

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Per le guardie, Summerville si è ispirata agli esoscheletri degli insetti, caratterizzandole in modo più aggressivo e freddo, ancora più distante dai poveracci che vengono picchiati: se Makowsky si era ispirata a Fahreneit 451 e alla polizia in moto, in questa versione, totalmente bianca e con i caschi ispirati dalle mantidi, si accentua di più l’aspetto futuristico e del progresso tecnologico della gestione dei giochi, in cui le guardie sono più aliene, quasi neanche umani, dandogli un accento molto più intimidatorio rispetto al film precedente, in cui la ribellione non era così protagonista.

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Un personaggio che mi è piaciuto molto è Cinna, infine, lo stylist: come spesso capita sui set, deve avere modo di risolvere rapidamente problemi e imprevisti, e il suo look quasi totalmente nero non è raro tra gli addetti al settore (oltre ad essere richiesto spesso, soprattutto nei teatri, in modo che neanche backstage cose troppo chiare creino riflessi indesiderati o attirino l’attenzione) ; da un lato si tende a non essere troppo appariscenti, visto che devi soprattutto vestire gli altri, dall’altro tutto di lui rappresenta quanto sia bravo. Gran pezzi basic eleganti.

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Considerando la quantità esagerata di comparse (5800) in contesti diversi e di ambientazione tale da non poter dire alle comparse “la scena è una festa, portate due o tre vestiti da serata, intimo nero e carne e scarpe alte”, per esempio, e che nel mentre Summerville ha anche disegnato una linea di abbigliamento legata al film, è un vero peccato che un lavoro tanto ricco come innovativo nel gestire la collaborazione con la moda sia stato (è un trend degli ultimi post, lo so) ignorato dall’Academy, ma Summerville avrà senz’altro il suo momento, immagino neanche tra troppo tempo, se su due film ne ha azzeccati due. Voglio dire, la tipa sa lavorare e lavora parecchio. “Ci sono volte in cui ti trovi a cucire swarowski nel cuore della notte perchè non hai trovato nessun altro che potesse farlo o perchè non c’è tempo, e ti ritrovi a fare tutte le cose manuali e cucire e tingere e invecchiare da sola. Mi piace fare. Voglio essere una parte del mio staff, voglio sapere cosa succede tutto il tempo, e dove sono i problemi. Devo essere il più vicino possibile a dove succedono le cose, per capire se c’è un modo migliore di farle. E sono cose che puoi imparare solo lavorando con lo staff, interessandosi di persona”. Summerville, sto per diventare una groupie. Se considerate che ha dichiarato che si sente molto fortunata ad avere la possibilità di lavorare su questi film, in cui “le protagoniste sono donne molto forti ma sensibili e emotive che stanno creandosi la propria strada” e quindi “sono dei bei role models per le ragazzine”, insieme a Jennifer Lawrence che mangia in continuazione e risponde male a chi le parla di dieta, il film ha avuto senz’altro il merito di farmi scoprire altre persone che mi piacciono un casino.

3 thoughts on “The Hunger Games: Catching fire (La ragazza di fuoco)”

    1. Malfatto riferito agli effetti speciali (ferite sporcizia e povertà) o all’haute couture? Io non l’ho menzionato se no diventava un post a puntate, diciamo che alcune cose le ho trovate interessanti ma pur sempre nulla che non si sia già visto in passerella (se non sbaglio le farfalle sulle ciglia le aveva messe anche McQueen con quel vestito, pace all’anima sua).
      La storia della ghiandaia imitatrice me l’hanno spiegata su Twitter, ma in effetti dal film passava che era un uccellino qualsiasi invece mi pare di capire che abbia un valore metaforico e che non sia il simbolo della ribellione a caso. Dovrei usare un’hashtag tipo #iononnesoniente per questi post di cui #hovistosoloilfilm

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