The Grandmaster

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Ammetto di non essere propriamente una fan delle arti marziali, e che The Grandmaster mi ha annoiato parecchio: di Kar Wai Wong (o Wong Kar Wai?) credo di aver visto solo In the mood for love (voi direte, quello sì che sprizzava di vita, potevo essere più preparata in effetti) e sinceramente questa epica storia di kung fu è troppo di kung fu, nonostante l’ambientazione ricca di spunti sulla situazione cinese e il conflitto tra tradizione e cambiamento.

Capisco però l’appeal che possa avere a livello cinematografico, sia per chi è appassionato di cinema orientale sia per chi si occupa di fotografia, perchè l’aspetto visivo è tutto spettacolare. Se considerati singolarmente, ogni segmento di cui è composto il film è interessante, ma messi tutti assieme (è un film lunghetto) (io per vedere un film lunghetto ci deve essere il ritmo di The Wolf Of Wall Street) devo dire, mi ha annoiato. Se non mi credete, fidatevi dei 400 calci.

L’ho visto solo perchè ha ricevuto una nomination agli Oscar per i costumi. Credo di aver ripetuto fino alla noia quanto mi infastidisca il fatto che l’Academy non solo premia ma addirittura concede le nomination solo ed esclusivamente ai film in costume – secondo me i film contemporanei per quel che riguarda i costumi non vengono neanche presi in considerazione. Quindi: almeno tra quelli in costume, vediamo chi è il migliore.

gm2The Grandmaster è la storia di Ip Man, personaggio storico del kung fu, e tra le altre cose maestro di Bruce Lee, ricostruita attraverso la sua relazione con le grandi scuole di arti marziali cinesi, partendo dagli anni 30 a Foshan fino ad arrivare esiliato a Hong Kong. Credo che l’intenzione fosse raccontare la storia delle arti marziali partendo da un personaggio solo e poi sia finito per coinvolgerli tutti.  Davvero: la trama è così fitta di nomi di persone, nomi posti, nomi di mosse di arti marziali e nomi di scuole di arti marziali che questo è tutto quello che mi sento di poter dire con sicurezza sulla trama.

rs_560x415-130824183403-1024.Grandmaster2.mh.082413Film dalla produzione estenuante – tutti gli attori si sono dedicati ad anni di lezioni di kung fu – durata circa sei anni tra preparazione e riprese, nel corso dei quali l’art director William Chang Suk Ping ne ha spesi ben due a collezionare libri fotografici per riferimenti dell’epoca e alla ricerca di perle perline pizzi broccati varie ed eventuali utilizzati per ricostruire la moda tradizionale dell’alta società cinese degli anni 30.

3L’abito tradizionale, il cheongsam (questa cosa l’ho guglata adesso, non avendo esperienza diretta con il costume orientale, per me quello è il vestito di Chun-Li di Street Fighter, per dire), già visto peraltro in chiave contemporanea in In the mood for love, dagli anni 20 in poi ha subito radicali trasformazioni per vedere negli anni 30 il suo momento d’oro e di consacrazione. I nobili adottarono forme e abbellimenti sempre più ricercati. Se i tessuti restano quelli tradizionali, prima la seta, lo stile castigato viene adattato alle forme, riprendendo tagli slim fit dal mondo occidentale. E i bordi diventano più delicati, sostituiti da pizzi come quello indossato dalla moglie di Ip Man durante la lotta (incontro? combattimento?) tra il marito e Gong Er. Il collo tipicamente cinese, stretto da due bottoni, incornicia il viso facendolo risaltare ancora di più. E quei bottoni – oltre ai bottoni ricamati a mano, ci sono bottoni con caratteri cinesi, bottoni tondi, alcuni bottoni impreziositi da giada o diamanti.
I tagli sul fianco sono abbassati, la lunghezza dell’abito raggiunge quasi i piedi, allungandosi rispetto agli anni 20, ma anziché renderlo più castigato sfrutta tessuti più leggeri e trasparenti diventando più sensuale.

Le stampe e i ricami sono condizionati anche dall’arte moderna, e compaiono strisce e motivi geometrici; le maniche sono accorciate, alcune addirittura lasciano le braccia scoperte, abbastanza da scandalizzare i moralisti. In fondo, gran parte della storia si svolge nel teatro di opera di un bordello; contraddittorio in quanto luogo di ribellione e arroganza e allo stesso tempo prestigioso ed esclusivo dell’alta società, le donne del tempo si ispirarono proprio alla moda raffinata e innovativa presente nei bordelli per iniziare la strada della libertà nell’abbigliamento. E proprio i due personaggi femminili più significativi sono donne abituate a quel contesto di ribellione mista a eleganza: Gong Er, che accompagna il padre nei bordelli per assistere ai suoi incontri, e la moglie di Ip Man, che ci va accompagnandolo agli spettacoli d’opera, sono entrambe motivo di scandalo e pettegolezzo.

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L’uso forse esagerato del ralenti e di inquadrature fisse permette di studiare i dettagli e i particolari, sia nelle scene che nei costumi, non solo dei protagonisti Gong Er e Ip Man ma anche di ogni personaggio secondario o comparsa. Le scene diventano perciò attraverso la scelta di acconciature, gioielli, rossetti, pizzi, fantasie di tessuti (tanta roba, insomma) delle immagini imponenti e di bellezza aggraziata come quadri a olio in un museo.

Niente male, e forse l’incredibile pazienza e ricercatezza messe a frutto per realizzare questo film massiccio potrebbero valere l’Oscar. Non ci scommetterei, perchè la visione del film è davvero ostica quindi secondo me l’hanno visto tutti come me: distrattamente, annoiandosi. Certo la storia cinese ha il suo fascino, ma anche meno.

 

 

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