12 anni schiavo

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Premessa: decidessi io, 12 anni schiavo agli Oscar vincerebbe TUTTO (lo so che avrei anche già assegnato dei premi a Her, DiCaprio, McConaughey e Leto, ma vabbè: tanto purtroppo non decido io). Ho visto quasi tutti quelli candidati a miglior film e questo è l’unico che mi abbia lasciato davvero senza parole (in senso positivo; altri mi hanno lasciato senza parole per il solo fatto di esser stati inclusi nella rosa). Sugli Oscar e i meccanismi che li governano però vi rimando a questi due post di Gardy che è meglio informata.

Oltre che per miglior film, miglior sceneggiatura (adattamento), miglior montaggio, miglior scenografia e miglior regia, e le nomination per gli attori Chiwetel Ejiofor, Lupita Nyong’O e Michael Fassbender (che ok, gli danno solo ruoli scomodi da infame, ma il ragazzo oltre che bello è bravo e si vede), c’è anche una nomination per i costumi di Patricia Norris.

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Basato su un’autobiografia del diciannovesimo secolo, 12 anni schiavo è la storia vera di un nero libero, Solomon Northup, rapito e venduto come schiavo nella drammatica bellezza del sud degli States prima della guerra. Affascinante dal punto di vista del costume, soprattutto per il contrasto tra chi stava in alto e chi sui gradini più bassi della scala sociale, 12 anni schiavo racconta di un tempo in cui il dress code era essenziale per riconoscere e attribuire status sociale e ricchezza.  Per Norris il punto di partenza è stato Steve McQueen, che, fedele al proprio stile registico, voleva che il film fosse il più vero possibile: peccato che esista pochissima documentazione. Non c’erano macchine fotografiche e anche nei libri ci sono poche note rilevanti rispetto all’abbigliamento degli schiavi.

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“Ci sono delle incisioni, ma è come se fosse un oscuro segreto. E queste incisioni erano soprattutto di schiavi felici e paffuti, sotto un albero, seduti a mangiare. Ho immaginato che siano state fatte da dei bianchi di New York, o comunque gente che non sia mai stata davvero nel Sud. Ho trovato più informazioni leggendo, e ho letto parecchio, ma bisogna comunque trarne delle conclusioni da soli. Quindi parti da come sono stati portati qui – nudi. Una volta superato l’orrore di questa cosa e deciso di fare degli abiti – per distaccarti emozionalmente – diventa una lezione di storia. C’erano navi che arrivavano a New Orleans e alcune di esse avevano dei grandi organi con cui obbligavano gli schiavi in vendita a ballare; c’era una pubblicità che ho visto del “lo schiavo più felice”. Immagino che fosse un tentativo di pubblicità psicotica da parte degli schiavisti”. Patricia Norris, LA Times.

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Gli schiavi arrivavano nudi e in genere chi li portava tendeva a sbarazzarsi di qualsiasi cosa li legasse al loro passato, abiti compresi. Perché non erano considerati delle vere persone. L’idea è di partire dall’abbigliamento dei bianchi e immaginare che gli schiavi indossino i loro abiti smessi, quindi li vesti come se fossero di venti o trent’anni prima. Per quello per esempio gli abiti di Patsey hanno una linea quasi impero. In più tutti gli abiti sono fuori misura, spesso troppo lunghi o troppo larghi, senza personalità. Non c’è decoro né imbellimento: l’unica funzione dell’abito di uno schiavo è di renderlo in grado di lavorare.

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Tutti sapevano cucire, ma chiunque comprasse gli schiavi era responsabile del loro abbigliamento. E quando erano in vendita, probabilmente avevano solo dei semplici stracci di cotone. Gli uomini venivano vestiti per sembrare più in forma, a meno che non fossero venduti nudi. Quando cambiavano piantagione, o quando gli abiti diventavano ormai da buttare e gliene venivano dati di nuovi. Specialmente per Eijofor, la cui storia dura 12 anni e passa attraverso cinque piantagioni diverse, Norris ha dovuto immaginare i costumi basandosi sull’idea che il padrone fosse un buono o un cattivo (sempre schiavisti erano, eh), se gli avrebbe dato degli abiti o dove avrebbe potuto trovare degli abiti da solo, eccetera. Autoproclamatasi history-nut, Norris è arrivata addirittura a prendere campioni di terreno dalle location delle diverse piantagioni, per fare in modo che la sporcizia e l’usura degli abiti (ma anche per il make-up) corrispondesse al contesto e al lavoro a cui erano destinati.

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In più Norris immagina per Solomon diverse camicie a seconda della piantagione in cui si trova, ma comunque in numero limitato e rovinate: probabilmente i padroni gli concedevano pochi stracci e comunque venivano utilizzati e lavati tutti i giorni per fare lavori pesanti sotto il sole cocente, quindi una parte chiave del lavoro è stato l’invecchiamento. Ogni dettaglio e emozione della materia usata nel film buca lo schermo. Il lino grezzo delle camicie di Solomon a contrasto sulla sua pelle sotto il sole; la stessa tela usata per le frustate e per curare le ferite.

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Il costume di Solomon riflette le sue umiliazioni e i passaggi orribili di una storia ingiusta e disperata, egli stesso inizia pulito e forte, lentamente consumandosi attraverso una realtà di orrore e sangue, fino al momento in cui, nonostante la volontà di vivere piuttosto che sopravvivere, sembra aver perso ogni speranza, e unisce la sua voce al coro degli schiavi.

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Declinati in una palette soprattutto di beiges e crema, i tessuti utilizzati sembrano più che altro lini e cotoni grezzi, con una certa qualità organica al loro stato originale. I capi sono stati lavati molte volte; in più sono stati utilizzate solo fibre naturali, niente di sintetico che non avrebbe assorbito le tinture; la lavorazione successiva è stata quasi di dipingere le camicie con la tinta; fino ad arrivare a tirarle manualmente, senza assolutamente mai stirarle, per rovinarle il più possibile e i capi sono stati sempre lavati e asciugati al sole; Norris ha detto che mantenere lo stato rovinato delle camicie era difficile e bisognava sempre cercare di ricalcolare quanto tempo doveva aver passato nella piantagione chi le indossava. In ogni caso la stessa costumista ha dichiarato che parte dell’invecchiamento è derivato dal naturale utilizzo e dal continuo lavaggio dei capi per le riprese, visto che stare sotto il sole della Louisiana per dieci ore al giorno era davvero molto impegnativo e senza troppi accorgimenti che si potessero prendere dal punto di vista dei costumi per evitare che gli attori sudassero troppo. Allo stesso modo però riesce difficile evitare il paragone tra le condizioni degli abiti – usati e lavati, usati e lavati, usati e lavati fino al completo deterioramento – e la condizione degli schiavi.

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Da uomo libero, Solomon vestiva in modo molto simile ai bianchi, come tutti i neri liberi del nord, non c’era molta alternativa. Il cappotto e il cappello sono fatti a mano. Lo stile era abbastanza uniforme ai tempi, ma i tessuti utilizzati erano più diversificati e ricercati.

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Gli abiti di Patsey, come già detto, sono più che altro abiti in stile impero a vita alta, immaginariamente passategli dall’odiosa Ms. Epps; dieci o quindici anni precedenti a quello che indossa lei. Addosso a Patsey sono abiti che la rendono aggraziata nonostante la sporcizia e la degradazione; Patsey vorrebbe disperatamente conservare dignità e innocenza, arrivando a implorare per un pezzo di saponetta con cui potrebbe tornare pulita.

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Più facile è stato ricercare e riprodurre la moda dei latifondisti. Il design di Norris si è basato sullo stile del 1850, con un’estrema cura nel fare in modo che i proprietari delle piantagioni sembrassero sempre e comunque superiori agli schiavi. “Ho voluto fare in modo che tutti avessero un aspetto migliore degli schiavi perchè i bianchi a quel tempo pensavano che altrimenti non lo avrebbero dimostrato”. Il processo è stato internazionale, con parecchi costumi noleggiati dall’Europa – dove si producono più lavori d’epoca, quindi è più facile che le sartorie teatrali e cinematografiche abbiano delle buone riproduzioni; allo stesso tempo, è difficile trovare cose antecedenti al 1850, quindi parecchi capi sono stati rifatti da capo in nome del realismo. Molti tessuti sono arrivati dall’Inghilterra, mentre la maggior parte delle scarpe sia da uomo che da donna sono state portate dall’Italia.

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Il personaggio di Epps, viscido e passionale, ha un abbigliamento romantico, sottolineato dalle maniche lunghe e larghe, svolazzanti, che alla costumista ricordavano Fabio, LOL, pare che anche Fassbender abbia riso all’idea della “camicia da Fabio”.  Anche se molto ricco, il suo è un personaggio conflittuale, arrogante e molto diverso dai suoi pari – basta vedere la differenza tra il suo stile camicia e bandana e il personaggio più delicato e raffinato di Benedict Cumberbatch.

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Il personaggio di Brad Pitt è canadese, e piuttosto nomade, quindi il suo stile è quasi da cowboy prima del tempo, costituito solo di cose pratiche e comode per lavorare. Avendo già lavorato con Brad Pitt, Norris sapeva di poter contare sulla prova costumi solo all’ultimo minuto, dovendo più che altro indovinare cosa potesse andargli bene. Anche gli stivali del suo personaggio arrivano dall’Italia.

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Mary (Sarah Paulson), la moglie di Epps, indossa crinoline e maniche a palloncino o a campana (molto via col vento). Molto curata e rigida, sembra una sorellastra cattiva di Cenerentola. Appariscente e inflessibile,  incapace di accettare che il marito possa essere attratto da qualcuno socialmente basso e sporco come Patsey, è lei a rendere la sua vita un inferno quando tutti gli altri sembrano far finta di nulla. E i suoi vestiti maniacalmente curati sono sintomo del suo snobismo e distacco da tutto ciò che riguarda gli schiavi.

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Struggente e doloroso, 12 anni schiavo sembra godere della stessa magia dei precedenti lavori di McQueen, e, forse aiutato dalla tematica personale, riuscire ancora una volta a raccontare una storia drammatica obbligando lo spettatore a seguirla fino alla fine anche se fa male. Se anche in Hunger e Shame il livello registico e visuale era già altissimo, rispetto ai precedenti il ritmo più serrato contribuisce a raccontare l’oppressione e l’impossibilità di scampare agli eventi che accadono sullo schermo. Oltre che Fassbender, da sempre uno di McQueen, brilla un casting eccezionale e azzeccato, e spero davvero che la straordinaria bellezza di questo film riesca finalmente a convincere chiunque del talento del regista (ho degli amici che appena lo sentono nominare si contorcono protestando dal fastidio per la famosa scena del corridoio).

Temo, visto che l’Academy bla bla non ho più voglia di ripeterlo, che il fatto che il protagonista passi quasi interamente il suo tempo con una camicia di cencio addosso possa far credere ai bacchettoni che il lavoro di Norris non sia stato più di tanto impegnativo, anche se l’esperienza della costumista e la paziente, dettagliatissima ricostruzione di questo lavoro meriterebbero l’Oscar. Sappiate in ogni caso che se 12 anni schiavo non vince come miglior film, mi inchinerò al genio di Scorsese (l’unico per il quale non mi dispiacerebbe, forse) ma piangerò moltissimo. Non fatemi piangere, bacchettoni dell’Academy.

Ps. se avete anche voi visto i poster italiani del film con grossi primi piani dei bianchi assolutamente non-protagonisti non ve li siete sognati, ma sono stati ritirati con tante scuse. Sinceramente però devo dire di non ho pensato a un fatto di razzismo, quanto a un certo tipo di ragionamento basato sull’ignoranza del pubblico: se metto i protagonisti, che sono degli sconosciuti, mah, invece Fassbender e Brad Pitt, chissene se stanno poco tempo in video, quelli sì che attireranno il pubblico in sala.

Ps.2 Patricia Norris ha 82 anni (dice che ha visto cambiare l’industria del cinema sotto i suoi occhi, soprattutto per quel che riguarda budget e tempi di preparazione) e questa è la sua sesta nomination, quindi mi restano sessant’anni per raggiungerla. Tra le altre cose, è la responsabile dell’invenzione di Tony Montana di Scarface. Respect.

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