Il Grande Gatsby

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“Che cosa facciamo dopo pranzo?” Esclamò Daisy. “E che cosa facciamo domani? E nei prossimi trent’anni?”. Carey Mulligan interpreta il personaggio di Daisy in modo struggente e fa giustizia a quello che forse è il più grande romanzo della letteratura americana. Quando parla di sua figlia, dicendo “spero che sarà stupida: è la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo, una bella piccola stupida”, si capisce la sua profonda depressione: Daisy non è stupida, è stata educata dalla nascita per essere una cosa sola, un’affascinante e vivace moglie-oggetto, e lei ha raggiunto quell’obiettivo intorno ai 17-18 anni, da lì in poi è tutta una discesa.  E ancora, con Nick, quando gli dice, ho visto di tutto, ho fatto di tutto, ed è tutto terribile.

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Ci vorrebbero almeno dieci visioni attente del film per analizzare bene i costumi, perchè sono così. tanti. E la quantità di articoli che parlano dei costumi del film è esagerata, ma devo dire che a differenza di altri casi, non sembra che ci siano dubbi sui credits o fraintendimenti da parte delle persone coinvolte, visto che in fin dei conti tutti dicono la stessa cosa: penso semplicemente che a dire “Miuccia Prada” e “film” nella stessa frase, l’hype diventa altissimo e la gente non capisce più nulla.

I fatti: Baz Luhrmann aveva lavorato come consulente creativo per il MET Costume Institute e la sua mostra del 2012 che affiancava i lavori di Miuccia Prada a quelli di Elsa Schiaparelli (Schiaparelli and Prada: impossible conversations); i due sono amici da anni, e la collaborazione tra Martin e Miuccia Prada risale ai tempi di Romeo + Juliet, durante il quale Prada fornì degli abiti per Leonardo DiCaprio. Di fatto, la collaborazione per Gatsby è stata proposta a Prada solo dopo che in fase di prova erano stati utilizzati capi di Miu Miu e di Prada, e la stilista ha accettato anche per l’apparente facilità con cui alcuni degli abiti utilizzati sembravano adattarsi perfettamente al contesto del film.

Ma molto si è detto sulle riviste rispetto agli abiti di Prada per Carey Mulligan, mentre in realtà Martin ha dichiarato che gli abiti di Daisy sono stati quasi tutti creati da lei e dal suo laboratorio (di 90 persone!) – ad eccezione di uno: in un’intervista, Martin dice che anche per Romeo + Juliet “she made a suit for Leonardo”. Una. E in un’altra intervista, Martin sottolinea, senza malizia devo aggiungere, che la collaborazione con Prada era “per le scene delle feste”. Ripeto: non mi pare che ci sia del dramah sotto, semplicemente l’attenzione si è concentrata su Prada.

Lasciamo stare.

Rispetto all’ambientazione degli anni 20, in cui l’abbigliamento era drammatico come i cambiamenti subiti dal mondo, Martin ha dichiarato che sono un punto chiave: nel primo dopoguerra i costumi vittoriani vengono superati completamente, soprattutto per le donne, che per la prima volta iniziano a liberarsi e ad essere più indipendenti; entrano in gioco le gonne corte e la pesante biancheria intima precedente viene abbandonata. Gli anni 20 segnano la nascita della moda del ventesimo secolo, ed è per quello che la moda ritorna costantemente a prendere spunto da quello stile così ricco ed esuberante.

THE GREAT GATSBY

Ma anche se Luhrmann, nelle parole della moglie stessa, era deciso a mantenere e rispettare il contesto dell’opera, allo stesso tempo voleva che diventasse molto contemporanea, che emozionasse il pubblico contemporaneo. Inoltre voleva separarsi così tanto dallo stereotipo del charleston e della pupa anni 20 che pare abbia obbligato Martin a mettere un cartello di “divieto di piume”. Caratteristica del regista che probabilmente deriva dalla sua formazione prima di tutto teatrale, se addirittura in Romeo + Juliet l’ambientazione originale veniva stravolta, in Gatsby come in  Moulin Rouge il contesto è rispettato ma reso in qualche modo immaginario. Come dice Gatsby stesso, “You can’t repeat the past? Of course you can”. Le dettagliate descrizioni di Fitzgerald sono spesso ignorate, ma in definitiva la visione di Luhrmann e Martin dell’abbigliamento è la stessa; sia nel libro che nel film, gli abiti sono simbolici delle stesse cose: soldi, e passione.

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Se la costumista del film è indubbiamente Martin, è lei stessa a dare credito a Miuccia Prada, che l’ha aiutata a definire il look delle scene più visivamente stravaganti del film; per un film così americano, comunque, Prada poteva sembrare una scelta curiosa, ma Martin stessa ha trovato dei paralleli tra l’impostazione del lavoro della stilista e quella del regista – “Ho detto a Baz, tu guardi al passato attraverso la lente del moderno e lei guarda al futuro attraverso la lente della storia”.

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Per le scene delle feste, Martin ha spulciato gli archivi di Prada in cerca di abiti ispirati agli anni 20 e ne ha selezionato quaranta perchè fossero riadattati per le comparse. “Le chiamavamo le Prada girls, che formavano la punta più alta dello stile delle riprese delle comparse – e poi ho dovuto cercare di raggiungere  quello stesso livello per le altre quindici persone che erano in scena”, ha detto umilmente Martin. I pezzi disegnati da Prada riflettono la grandezza e la magnificenza della villa da sogno di Gatsby, e la seta degli abiti è arricchita da cristalli e paillettes, velluti, pellicce e frange; la maggior parte dei pezzi scelti sono soprattutto in toni da gioiello, smeraldo, giada e topazi, ripresi da collezioni passate e riadattati e riaccessoriati per sembrare più verosimilmente d’epoca. Miuccia Prada, che è molto esigente, secondo Martin, voleva sapere come sarebbero state giustificate le scelte anacronistiche. I due party sono molto diversi, il primo legato ai toni scuri ed eleganti, la quintessenza della festa ricercata, mentre nel secondo è un delirio, un circo, tutta la società si lascia andare alle esagerazioni, e i colori sono molto più vivaci e appariscenti, facendo risaltare ancora di più la presenza di Daisy.

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Per Martin tutto si riassume in quell’abito di cristalli che Daisy indossa quando finalmente arriva alla festa, un bellissimo abito a chandelier, ricreato dalla stilista appositamente per Carey Mulligan sulla base di un abito di una collezione del 2010, già ispirato agli anni 20. “Continuavamo a dire che lei dovesse sembrare un gioiello”, ha detto Martin, “E sembrava che lei fosse la creatura più pallida ed eterea nella stanza”, e l’abito unisce tradizione storica e sguardo contemporaneo. Secondo Martin, Prada usa sempre “riferimenti storici ma in un modo sorprendente e moderno”, e questo rifletteva la visione di Luhrmann sulla storia, che ha dei valori universali e contemporanei ma allo stesso tempo è radicata nel contesto in cui è ambientata. In più il livello di materia e decorazione tipico di Prada nell’haute couture funziona benissimo con il 3D.

On top of all that, Miuccia Prada’s dresses are really beautiful!“.

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Carey Mulligan, abituata a personaggi piuttosto discreti o senza un grande stile, ha detto che i costumi di Martin l’hanno molto aiutata a impersonare il personaggio, proprio per l’attenzione che Daisy stessa dà all’abbigliamento e al suo ruolo di bellezza perfetta. “Il cappello a tricorno color lavanda di Daisy è basato su una moda dei primi anni 20, un mix tra la Russia del folklore e le uniformi napoleoniche. Non è che stia poi così bene, ma era molto popolare. Carey sta bene quasi in ogni cappello, ma bisognava far risaltare la fragilità di Daisy, quindi abbiamo iniziato a lavorare con il crine, e dicevo a Rosie, la modista, “deve essere più grande, più fluttuante”. Tutti lo chiamavano il cappello da suora volante. L’unica a stare al gioco è stata Carey, che se l’è messo in testa e l’ha fatto funzionare. E’ il potere della buona recitazione”. 

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Gli abiti dei protagonisti maschili sono stati realizzati in collaborazione con Brooks Brothers, che ha poi ricreato una collezione ispirata al film. Fitzgerald descrive Jay Gatsby come un appassionato di vestiti, arrivando a raccontare nel dettaglio le camicie e i tessuti presenti nel suo guardaroba. Anche se l’accuratezza storica è stata forse rivisitata fin troppo nello styling delle donne, tutti gli abiti maschili sono stati creati sulla base di modelli anni 20 e replicati piuttosto bene. Tessuti e decorazioni sono perfette per l’epoca e le descrizioni di Fitzgerald dell’appariscente mondo di Long Island sono ben rispecchiate nei completi di gusto jazz del marchio inglese. La collaborazione con Brooks Brothers ha permesso a Martin di mantenere una certa uniformità di stile negli abiti maschili; se normalmente per i film d’epoca si ricreano magari 10-15 abiti per i protagonisti, il resto viene raccattato a noleggio influendo sulla vestibilità e sull’immagine. In questo caso Martin ha disegnato circa sei o sette modelli, adattati successivamente in stili diversi.

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A colpire di più sono forse gli smoking, ma devo dire che la mia attenzione è stata attirata di più dal completo rosa. “Baz ha detto, voglio la documentazione sul completo rosa. E avevamo trovato un’illustrazione di questo completo gessato, che almeno sembrava rosa nell’immagine. Ma era dei primi anni 30, e la storia è ambientata nel 22, quindi eravamo decisi a trovare qualcosa dei primi anni 20. Allora abbiamo cercato nel repertorio di Brooks Brothers e alla fine abbiamo scoperto che facevano abiti di seersucker dalla fine del diciannovesimo secolo. Quel completo è una parte così fondamentale della storia – racconta del romanticismo di Gatsby, della sua abilità di interpretare il gentleman. Da un lato, è la cosa più  tenera che indossi, ma allo stesso tempo, è scomoda. La rabbia e la virilità che esprime anche se ha addosso quest’abito che tende all’effeminato, è un’immagine molto rappresentativa”.

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Jordan Baker (Elizabeth Debicki) è sicuramente un personaggio arrogante come i Buchanan, ma consapevole. Non è un uomo a definire la sua vita, e anzi preferisce essere indipendente piuttosto che farsi rinchiudere in un matrimonio. Quello che le manca in onestà e abilità alla guida è compensato dal carattere. In più Jordan è una campionessa mondiale di golf, professione che comporta un guardaroba piuttosto sportivo. Così anche se Jordan apprezza perle e cappellini come le sue contemporanee, preferisce silhouettes atletiche e semplici in toni neutri, nulla di troppo appariscente. “Indossava i suoi abiti da sera, tutti i suoi vestiti, come abiti sportivi”, ha scritto Fitzgerald.

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Per quanto riguarda Tiffany che ha fornito i gioielli, “è stata proprio una gioia lavorare sui pezzi”, ha detto Martin che ha studiato meticolosamente l’epoca per ricostruire i modelli, che spaziano da una fascia per capelli di diamanti e perle a una spilla a margherita. La cosa particolare è che Fitzgerald era un cliente di Tiffany quindi la collaborazione è anche storicamente rilevante. “Per noi è ancora più speciale perchè lo stesso autore del libro che stiamo mettendo in scena faceva acquisti qui”, ha detto Martin.

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All’uscita del film, Tiffany ha esposto i gioielli utilizzati nel film nelle vetrine della boutique di 5th avenue, mentre una mostra  dei costumi, intitolata Catherine Martin and Miuccia Prada dress Gatsby, tenutasi al Prada Epicenter di Soho, in cui per la prima volta capi di Prada e di Miu Miu dividevano lo spazio. Allo stesso modo, al Plaza è stata inaugurata la Fitzgerald suite, arredata dalla costumista e scenografa.

Catherine Martin

I film che creano Luhrmann e Martin, più che seguire la moda, la stabiliscono. Anche in Gatsby, nonostante la maggiore attenzione dedicata alle riviste di moda alla presenza dei grandi nomi di Tiffany’s, Prada e Brooks Brothers, sono la sua firma e il suo stile a dare alla pellicola la spettacolarità appariscente del mondo descritto da Fitzgerald. A parte la mole di lavoro che deve essere seguire scene e costumi insieme per qualsiasi film, in questo quasi-kolossal girato in 3D deve essere stato ancora più impegnativo. Una delle artiste più influenti del cinema contemporaneo, a guidarla sono un’ossessione da nerd per la moda, e un entusiasmo nel lavoro che ha contagiato anche alcuni attori con cui ha lavorato, da Tobey Maguire che ha definito il suo lavoro “sexy e sensuale, e buffo, ma risulta autentico perchè arriva da una conoscenza profonda e da grandi ricerche”, così come Nicole Kidman è rimasta colpita dalle sue ricerche: “dopo aver lavorato con loro, quando sono con altri chiedo, dove sono i libri? dove sono le foto? Quando il talento è accompagnato da passione e impegno, stabilisce un livello alto da emulare”.

“Mi piace molto dover lavorare sia sulle scene che sui costumi, perchè il dialogo tra i due elementi è assolutamente essenziale per servire la storia in un modo efficace e chiaro per il pubblico. Devono necessariamente lavorare di pari passo, e spero sempre che abbiano un dialogo attivo e persuasivo. Il libro è stata l’ispirazione primaria, le descrizioni fornite da Fitzgerald sono state l’influenza che ha definito il look sia dei personaggi che delle scene. In più, Baz ha sempre lavorato per il 3D, in qualche modo, ha sempre un approccio molto visuale, che tiene in considerazione ogni aspetto dell’inquadratura; dallo sfondo più lontano e profondo, al primissimo piano. Eravamo entrambi coscienti del dover fare del nostro meglio per quello che secondo lui è “il miglior effetto 3D”, cioè gli attori. Rispetto ai costumi, la texture diventa un mezzo narrativo molto importante.  Credo che abbiamo creato un linguaggio visivo che esprime la lettura di Baz e aiuta il pubblico a capire chi sono i personaggi e il carattere che c’è dietro alle loro scelte”. (Catherine Martin Interview – The Great Gatsby Set Design – House Beautiful)

Quel che penso è che la collaborazione sia stata davvero una collaborazione funzionale, la stessa Martin ha dichiarato che per quanto riguarda i costumi il film è il risultato di “ottime collaborazioni”. Tendo a vedere più malizia nell’esagerata attenzione delle riviste di moda per Prada perchè tanto le costumiste chi se le caga. Ma secondo me la Miuccia e la Catherine sono amiche.

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Sull’argomento l’articolo più riassuntivo sulla delicata questione delle collaborazioni è ancora una volta di Chris Laverty per Clothes on Film, di cui riporto la conclusione: “occupandoci di costume dovremmo raccomandare di non lasciarsi sedurre dagli abiti appariscenti, dai bozzetti elaborati e dalla parola PRADA che grida da ogni articolo. Disegnare costumi e disegnare moda sono due forze completamente diverse; mettendole insieme non c’è garanzia che andranno d’accordo”.

Non so se davvero, come ha detto Patricia Norris a proposito della sua nomination all’Oscar per 12 anni schiavo, “the great gatsby is there, and they love their sequins”, Martin vincerà un altro Oscar, o se se lo merita più di Norris e di altri. Poi credo che sia Luhrmann che DiCaprio e Mulligan abbiano fatto cose migliori, e io continuo a preferire la versione con Robert Redford, (che vinse l’Oscar per i costumi, tra l’altro), ma è gusto personale. Quel che è certo è che l’attenzione dedicata ai costumi del film è meritata, con o senza Prada.

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