Revenant

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DiCaprio è vegetariano, dai. Qui si mangia la carne cruda. Una mia amica di recente ha scritto: “Se leo perde in favore di Matt Damon mi lascio morire attaccata a una porta alla deriva nell’Oceano”. E insomma, diciamo che sono abbastanza d’accordo. Un po’ perchè Leonardo DiCaprio se lo merita l’Oscar*, indipendentemente dal film: BASTA dategli un premio; ma soprattutto perchè nel 2016 evidentemente si può sopravvivere attaccati a un tronco in un fiume ghiacciato, nudi nella neve, digiuni da giorni, feriti da mamma orsa, grazie a vestiti che non si congelano e pellicce impermeabili.

Ma per piacere. Io sono stata un weekend in Svezia e pur con l’abbigliamento giusto dopo un po’ non mi sentivo le punte dei piedi.

Per gran parte del film ero distratta dalla pelliccia di orso, a chiedermi se fosse vera. Se teneva caldo.

Insomma, il film non mi ha convinto più di tanto. In parte penso perchè richiede troppa sospensione dell’incredulità, ma soprattutto per la regia: ho passato tutto il tempo a pensare, ammazza che precisetti. Troppo tirato per le lunghe, troppe cose: quasi piani sequenza che non lo sono, quasi soggettive che non lo sono, primissimi piani in cui se per caso ti sbagli di un millimetro esci dall’inquadratura, movimenti di macchina che- voglio dire, non sono una regista, normalmente non noto così tanto i movimenti di macchina. Se Birdman era incredibile e la scelta di farne una (finta) inquadratura unica aveva un senso, qui ho notato troppa presunzione registica, che purtroppo mi ha impedito di godermi il film.

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La fotografia è incredibile nel senso che si vedono posti in cui ti domandi -come cazzo ci sono arrivati, là, con una troupe cinematografica (grazie al cazzo che giravano tutto in luce naturale, pensa se dovevano portare pure le luci)- e scene in cui ti domandi – ma come hanno fatto a girare sta roba; e la recitazione dei personaggi principali, DiCaprio, Hardy e Gleeson, quelli invece sì che mi hanno convinto, e soprattutto i costumi.

I costumi di Jacqueline West, invece, magie antifreddo e cose che non si bagnano a parte, sono perfetti.***

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Mi è piaciuta molto la caratterizzazione di ogni personaggio anche in un’ambientazione in cui necessariamente sono tutti infagottati in strati e strati di panno pelle e pellicce.

In una storia in cui allo spettatore viene detto poco rispetto al passato dei personaggi, infatti, ognuno ha un suo particolare che ne stabilisce il ruolo e ne definisce il contesto. Così DiCaprio, vicino alla cultura e alle tradizioni del territorio Pawnee, indossa una sorta di giubbotto di pelle grezza, con delle cuciture evidentemente fatte a mano per unire pezze di forma diversa, non particolarmente raffinata: frange a parte, è molto simile a quello che indossano i nativi. In più, le pelli sono l’obiettivo della spedizione, il gruppo è lì per cacciare animali e vendere le pelli, e quasi tutti sono vestiti soprattutto di panno, il cuoio limitato agli stivali, quasi come fosse un lusso che Glass ne abbia una addosso. Ma appunto, lui è la guida della spedizione e si trova nei boschi per altri motivi.

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La pelliccia di orso, fattore chiave della sopravvivenza di Glass, è bellissima. Acquistata da un parco canadese, da bagnata pesava più di 40 kg – del resto, penso che sul litigare con gli animalisti la produzione di questo film pieno di carne viva buttata qua e là se ne sia fatta una ragione. Glass se l’è guadagnata uccidendo la bestia e quindi è sua. Il costume, di cui sono state realizzate circa 20 versioni in stato diverso, è stato danneggiato e riparato in modo grezzo, con punti irregolari e pezzi di carne e denti, come avrebbe potuto fare lo stesso Glass, studiando effettivamente in che modo gli orsi attaccano le persone e in quali punti la persona e il vestito potevano essere danneggiati.

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“Gli succedono così tante cose”, ha detto West, “che necessariamente è diventata una costruzione e ricostruzione filosofica, in cui proprio come l’uomo, il costume cambia attraverso il tempo e la natura e le esperienze e subisce quest’evoluzione in cui viene lacerato e poi si riarricchiesce finchè si spoglia completamente e striscia dentro al cavallo, e quasi ne rinasce come un neonato al parto, insanguinato e nudo”.

Inarritu il precisetti voleva che le condizioni in cui stavano i suoi attori fossero le più veritiere possibile, quindi per riscaldare gli attori West ha applicato lo stesso metodo dei nativi americani e delle spedizioni della prima metà dell’ottocento, epoca in cui è ambientata la storia: grasso di orso. Corpi e abiti erano praticamente impregnati di grasso di orso, con un’addetta sul set pronta ad aggiungere strati di patina proprio come avrebbero fatto all’epoca. Spesso era difficile capire quali fossero i materiali e i tessuti degli indumenti, visto che quando gli uomini tornavano dalle spedizioni tutto era impregnato nella stessa patina unta. Bleah.

Man mano che le condizioni del clima peggiorano, anche gli altri personaggi aggiungono strati di pellicce, ma sono animali più piccoli, da cui fare al massimo mantelline o cappucci, mentre i cappotti foderati di pelliccia sono stati studiati secondo ispirazioni diverse, visto che ogni personaggio ha un background diverso.

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Il capitano, con il suo cappotto sartoriale blu, senza cappuccio a punta, è l’unico ad avere un colore artificiale nella spedizione. Si capisce che non se l’è fatto da solo per sopravvivenza in mezzo ai boschi, e anche se probabilmente un altro indumento lo manterrebbe più al caldo, ha un ruolo di rappresentanza da mantenere anche in quelle condizioni. E in più è l’unico ad essere più o meno pettinato e con la barba in ordine, anche quando aggiunge pezze e strati.
Sul finale, poraccio, aggiunge una mantella da cavallo dello stesso tessuto del cappotto, capo che doveva avere tra i suoi bagagli alla base ma scomoda per la spedizione nelle montagne.

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Poi c’è Fitzgerald, quello su cui forse si notano di più gli accessori e gli strati. Capendo subito che si tratta di un furbetto, l’idea che mi sono fatta io è che non si fa troppi problemi a prendersi pezzi e indumenti dove può procurarseli. E’ quello più legato alla sopravvivenza e ai beni materiali, l’unico che anche in condizioni disastrose prova comunque a conservare delle pelli da vendere. Ha un cappuccio di pelliccia di castoro, un animale che simboleggia la lotta per la sopravvivenza, che è particolarmente adatto al personaggio.

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Mi è piaciuta molto la specie di bandana di cuoio che usa per proteggersi la testa e la cicatrice dello scalpo, sia dal freddo sia dalla cinghia con cui carica i pesi. Nei sogni-flashback ha un cappotto bordeaux elegante, che lascia immaginare che abbia un passato più ricco o dignitoso dal quale ha dovuto allontanarsi o in cui si era guadagnato una ricchezza in modo losco.

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Un altro particolare che mi è piaciuto è che sul finale, quando Glass e il capitano vanno a cercare Fitzgerald, tutti sono più carichi e coperti di vestiti; sono appunto partiti dalla base quindi ben equipaggiati, e DiCaprio, persa la sua pelliccia di orso nella caduta con il cavallo (…vabbè), ha una pelliccia a forma di cappotto, come se il capitano gliene avesse offerta una per riconoscenza e aiutarlo dopo tutto quello che ha passato.

In conclusione, è un film che suggerirò comunque di andare a vedere al cinema, perchè la fotografia si merita uno schermo grande, e in tutto è un’esperienza cinematografica unica e incredibile, ma devo dire che ci sono fin troppi momenti WTF (Leo che scrive FITZ sulla roccia, il tronco di albero, “il tuo corpo sta marcendo”-grazie al cazzo sei bagnato fradicio da giorni, cose oniriche spirituali da sciamani, montagne) che mi hanno un po’ infastidito. In ogni caso dei film candidati agli Oscar come miglior film, spero vinca qualcos’altro.

Dice il saggio Luotto dei 400 calci:

Iñárritu, uno che è emigrato negli USA perché il Messico non bastava a contenergli l’ego, si è sempre adorato da matti. E quando Hollywood lo ha consacrato come Pluripremiato Grand’autore Contemporaneo, lui non c’ha visto più, cominciando un gioco al rilancio di atteggiamenti e dichiarazioni che partivano dalla boria standard per arrivare al puro delirio messianico. Perché quando dici che il tuo ultimo film «dovrebbe essere proiettato in un tempio», è chiaro che non hai più il controllo dei tuoi limiti, e non avere il controllo dei propri limiti porta a due conseguenze: primo, che da semplice narcisista finisci per diventare una sorta di deformazione grottesca di te stesso, un “personaggio del narcisista” più grande del vero. Seconda conseguenza, tautologica: se ti senti onnipotente credi di poter fare qualunque cosa.
The Revenant è un film che solo uno come Iñárritu a questo punto della carriera poteva girare: un’impresa colossale, per la quale non era sufficiente avere ambizioni smodate – bisognava avere la certezza sborona di concretizzarle.

Appunto: c’è un articolo di luglio dell’Hollywood Reporter che inizia così: “Defezioni della crew, freddo estremo, una ricerca di neve globale e perfino un attore nudo trascinato per terra – il regista di Birdman Alejandro G. Inarritu risponde a chi critica i suoi metodi ambiziosi: “quando vedrete il film, ne capirete la portata. E direte, ‘wow'”.

No. Io personalmente ho detto, ammazza che precisetti però sto Inarritu.

 

*Anche se. Ultimamente penso sempre mah forse si sono bevuti il cervello, ma resta il premio più importante. Non sono sicura del perchè.

**i tempi sono così cambiati che ci sono film con DiCaprio in cui non è lui quello bono. Tom Hardy, pure da infame. (La VECCHIAIA)

***per me l’Oscar dovrebbe comunque andare a Mad Max, cosa che scriverò in tutti i post sui film candidati quest’anno per i costumi

immagini 20th Century Fox –

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