Brooklyn

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Brooklyn è una deliziosa storia di emigrazione e amore ambientata nei primi anni 50 tra il più piccolo dei paesini di provincia irlandesi e Brooklyn, appunto. Protagonista è Saoirse Ronan, una che non vince abbastanza premi solo perchè in giro c’è Jennifer Lawrence, o se no non me lo spiego. Qui un adorabile video in cui illustra la pronuncia dei nomi irlandesi, per la vostra gioia.  Curiosamente, Brooklyn è anche il centesimo film che ho visto quest’anno con dentro Domnhall Gleeson, che va un casino quest’anno.

Visivamente, il film ha tre atti: il primo, antecedente alla partenza di Eilis dall’Irlanda del dopoguerra, caratterizzato da inquadrature strette e di toni verdi (irlanda, verde, facile), basato su riferimenti fotografici dell’epoca. Il secondo inizia con Eilis che parte per Brooklyn, dove si vede la prima inquadratura larga e i colori diventano più spensierati, per richiamare l’America del 1952, giovane e stimolante; il terzo segue il ritorno di Eilis in patria, ed è più vivace, più glamour e discretamente più colorato: i costumi accompagnano questo percorso sottilmente e con eleganza.

Eilis viene convinta dalla famiglia, soprattutto dalla sorella, a trasferirsi negli Stati Uniti: la sua vita nel paesello irlandese tarda a diventare interessante, e Brooklyn sarà la sua occasione. Forse insicura e sicuramente ingenua, poco pratica, Eilis si imbarca sola e impacciata verso il suo futuro con un baule scomodo e praticamente vuoto.

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Sua sorella, che a quanto pare le ha comprato tutti i vestiti che possiede, si stupisce di quante poche cose siano. E se il vestiario di Eilis è semplice e modesto, dai colori spenti tipici degli ambienti freddi -e quasi sbiaditi dall’usura – non è per mancanza di gusto, ma solo perchè la protagonista non sembra concedersi alcun lusso, oltre che avere pochi esempi davanti. Scarpe basse, perchè come ha notato la costumista Odile Dicks-Mireaux, i tacchi erano riservati alle occasioni speciali, visto che farli risuolare era costoso.

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Mi ha fatto tenerezza una maglia di lana (morire trovassi le immagini giuste) che Eilis indossa più volte per la prima parte del film: sua madre sembra indossare un maglione della stessa lana, come se fossero cose fatte a maglia in famiglia. E quell’unico cappotto.

Solo dopo un po’ che Eilis si è stabilita a Brooklyn si notano più cambi di abito, man mano che evidentemente il suo guardaroba si arricchisce, e il suo stile si adatta a quello delle coinquiline modaiole e della sua capa (Jessica Parè, che mi ha fatto piacere rivedere), che la consigliano e aiutano. Ma senza esagerare: Eilis ha dei vestiti nuovi, ma ci sono look ripetuti comunque parecchie volte. “C’è tutta una serie di cose che non avrebbe mai potuto vedere in Irlanda, come le varietà della frutta”, ha detto Dicks-Mireaux, che, cresciuta nel dopoguerra britannico, ha guardato anche alle testimonianze della sua famiglia per l’ispirazione. “I colori dei vestiti, tutto intorno a lei, doveva essere incredibile”. Ma anche se Eilis diventa una newyorkese, non diventa una fashion victim; si notano i cambi ripetuti, perchè la costumista continuava a pensare alla protagonista come una che faceva attenzione alle spese, che probabilmente faceva shopping una volta al mese o anche meno. Del resto in un terzo del film passa quasi più di un anno.

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La vita, il lavoro e l’amore a Brooklyn danno a Eilis una consapevolezza di sè e il coraggio di aprirsi anche con l’abbigliamento – New York, insieme a Parigi, erano i posti più alla moda nell’epoca, da cui venivano le nuove tendenze, e Eilis lavora in un grande magazzino di lusso: la Eilis in lutto che torna al paese è una donna completamente diversa, che indossa colori vivaci e luminosi, e scarpe col tacco.

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C’è una netta differenza tra la Eilis che va a ballare la prima volta, con l’unico vestito che l’americana sulla nave non ha guardato schifata, e la Eilis che va a ballare con i suoi amici al paese, che apparentemente conquista lo scapolo d’oro con uno sguardo (e con la famiglia e l’amica che si mettono in mezzo, va bè).

E se forse il film sbriga in modo troppo frettoloso il passaggio da vecchia impicciona/ah già ma la mia vita è un’altra che ci faccio qui, è definitivo il momento in cui Eilis che si imbarca di nuovo per gli Stati Uniti ha già preso il ruolo dell’americana sgamata, pronta a dare consigli e suggerimenti alla prossima Eilis in attesa di conquistarsi una nuova vita.

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Mi è piaciuta molto anche la caratterizzazione dei due protagonisti maschili. Il personaggio di Jim è un irlandese di provincia con un guardaroba convenzionale e limitato, non più di un completo, il blazer che hanno tutti e una giacca sportiva. Il look di Tony invece è più variegato, e la differenza tra la moda maschile americana e irlandese è molto netta negli anni 50-Tony ha degli abiti tagliati in modo diverso, tessuti più raffinati, spalle più larghe, colori più vivaci.

Un po’ come la Therese di Carol, anche Eilis fiorisce durante l’arco narrativo del film. Pur essendo ambientati nello stesso periodo, è difficile paragonare i due film per la differenza del contesto in cui si svolgono – anche se chissà, magari Therese e Eilis lavoravano nella stessa via? ma che è sta folla di commesse degli anni 50?

Quasi tutti gli abiti usati nel film sono originali vintage, prinicipalmente per il budget limitato, e un gran lavoro è stato portare tutti gli orli alla giusta lunghezza – il 50-51 era il periodo in cui New York importava il New Look di Christian Dior, e fino al 55-56 le gonne erano ampie e sotto il ginocchio. Personalmente trovo che il gusto di Odile Dicks-Mireaux sia impeccabile, e che Brooklyn sia un piccolo gioiello. Non vincerà una mazza di niente, ma Saoirse Ronan è una meraviglia da vedere.

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