The Danish Girl

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C’è un’inevitabile fortissima connessione tra personaggio e costume, tra abbigliamento e identità, in “the Danish girl”, di Tom Hooper, versione romanzata della storia di una delle prime donne transgender della storia nei rigidi anni 20 dell’Europa del nord.

Eddie Redmayne vuole un altro oscar! Infatti, dopo averlo già vinto con una storia di trasformazione l’anno scorso con La teoria del tutto, a questo giro interpreta Einer Wegener, pittore danese che realizza di essere in realtà Lili, una donna intrappolata nel corpo sbagliato, e, accompagnato dalla moglie Gerda, artista esordiente che resta al suo fianco nonostante le difficoltà nell’accettare i cambiamenti, riesce a “liberarla”, diventando una delle prime persone nella storia a subire un intervento chirurgico per cambiare sesso.

Il film è ambientato tra Copenhagen e Parigi tra il 1926 e il 1931, un periodo in cui la moda femminile subiva la propria liberazione grazie alle idee di stilisti come Jeanne Lanvin, Coco Chanel e Paul Poiret, a cui si è ispirato in gran parte il costumista spagnolo Paco Delgado per gli abiti di Lili e Gerda.

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Per me ci sono due elementi-applauso: la vestaglia-kimono che Gerda indossa in casa all’inizio del film, morbida e sensuale, con ricami delicati e colori pastello, al contrario degli abiti rigidi con cui i due personaggi ci vengono presentati: la palette di Gerda resta confinata a grigi e blu come quella di Einer, e se la rigidità degli abiti e dei tessuti pesanti è dovuta alla rigidità della società danese del periodo, quella degli abiti di lui, con i colli altissimi e le giacche e i pantaloni stretti, sono più una gabbia che intrappola Lili in una conformità che non le appartiene.

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“Volevamo vedere una progressione nella vita di Lili, e allo stesso tempo volevamo mostrare come si stava liberando dai vincoli del corpo in cui stava vivendo”. Ha detto Delgado, da cui la scelta di lane pesanti e capi sartoriali e stretti in blu, grigi e neri. Intanto, Jan Sewell, hair &make up designer, con cui sia Hooper che Redmayne avevano già lavorato in “Les Miserables”, ha sottolineato le caratteristiche maschili dell’attore, creando anche una parrucca da uomo appropriata all’epoca. “Eddie è, chiaramente, un bell’uomo, quindi all’inizio, quando Lili si presenta come Einar ho dovuto sottolineare la sua mascolinità quindi ho usato molte ombre e illuminanti”. Non è un caso nè un vezzo neanche la parrucca corta: per le donne negli anni ’20 tagliarsi i capelli corti era un gesto coraggioso, quindi anche in questo senso, Lili cerca di ribellarsi alla moda. C’è però in lei un bisogno di dimostrare qualcosa, e quando Lili si presenta in pubblico la prima volta, è quasi esagerata, nel trucco, e nel rosso esagerato della parrucca e del rossetto, una dimostrazione scherzosa e sopra le righe di femminilità: “Come con tutto nella vita, bisogna avere un’educazione, bisogna sperimentare con le cose”, ha spiegato Delgado. “Ovviamente se sei transgender sei stato cresciuto secondo un genere che ti è contrario. Volevamo mostrare come l’intera esperienza e il vestirsi nella vita vera potessero essere un problema. Volevamo mostrare quest’esagerazione”. Così all’inizio Lili sceglie un abito teatrale, appariscente, ha un rossetto molto acceso e un’acconciatura evidente; con lo scorrere del tempo, sentendosi più a suo agio, adotta uno stile più moderno, di una donna che non esagera.

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La parte più complicata è stata vestire Redmayne in abiti dell’epoca, impossibile fargli indossare dei capi originali sia per taglia che per reperibilità: le taglie femminili erano molto più piccole perchè le persone erano mediamente più minute, e Redmayne è in più molto alto. In più, i tessuti e le lavorazioni degli anni 20 non hanno retto lo scorrere del tempo facilmente: si usavano tessuti troppo leggeri e spesso le decorazioni di ricami e perline, anche solo per il peso, rovinano gli abiti vintage, che si trovano quasi sempre pieni di buchi e strappi; e non ci sono molti esemplari conservati visto che nel dopoguerra degli anni 40 probabilmente il grosso degli abiti sono stati riciclati e riutilizzati.

Ed è infatti così che ha lavorato Delgado, acquistando pezzi vintage per smontarli e riutilizzando il tessuto. Che è una cosa che da un lato fa un po’ piangere pensando a quei poveri vestiti che erano sopravvissuti, ma dall’altro lato, considerando i danni che già probabilmente avevano, dall’altro deve essere molto bello ridare vita a un abito degli anni 20. Per metterlo addosso a Eddie Redmayne. No, seriamente, davvero.

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Per i modelli gran parte dell’ispirazione viene dalle opere di Gerda Wegener e Lili Elbe stesse; studiandone gli archivi ma cambiando i colori per dargli un tono più delicato e leggero (del resto gran parte della storia dei due personaggi è stata rimaneggiata, e spesso in modo radicale) così come i dipinti utilizzati nel film sono stati riprodotti dalla scenografia per assomigliare di più ai personaggi. L’unico abito riprodotto fedelmente è quello di Ulla (Amber Heard), la ballerina, evento scatenante della liberazione di Lili.

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Redmayne avrebbe voluto un punto vita più definito, ma sarebbe stato anacronistico; per cambiarne le forme Delgado si è servito di quello che avrebbe utilizzato la stessa Lili, corsetto e accessori. “Non abiamo aggiunto imbottiture nè sul busto nè sui fianchi. I cambiamenti che si vedono sono soprattutto dovuti al taglio, alla silhouette e dall’uso del design di elementi come tessuti e applicazioni sul busto per creare più volume, o pieghe sui fianchi per accentuare la forma. Ma non abbiamo modificato il corpo, cercando di imitare quello che avrebbe fatto Lili. Non aveva subito interventi per cambiare la forma del suo corpo, era se stessa”.

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Nel momento in cui i due personaggi si trasferiscono a Parigi, dal clima più spensierato e caldo, in parallelo anche il tono dei costumi. Parigi era la metropoli del mondo, il posto in cui diventare qualcuno negli anni 20. E a Parigi cambia la vita dei personaggi, entrambi più liberi di essere se stessi, in quello che è il loro momento più felice, e gli abiti cambiano di conseguenza prendendo colori più caldi e forme più morbide, ispirate a Coco Chanel, prima stilista a cambiare radicalmente la moda femminile introducendo il jersey e permettendo alla donna più movimento e libertà.

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Il secondo momento applauso per me è l’abito crema con la sciarpa lavanda, interpretazione eccezionale della ricerca di identità di Einar-Lili, che non capisce in quel momento chi essere, nè come farlo: un completo che non definisce il personaggio, troppo maschile per essere una donna, troppo femminile per essere un uomo. L’ho trovata una rappresentazione perfetta della fragilità del personaggio in un momento così drammatico.

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La liberazione di Lili nasce come uno scherzo, una recita, e parte dai costumi di scena di un teatro in cui Einer e Gerda giocano tra tessuti e parrucche. Sono la sensualità delle calze e dell’abito di Ulla, la seta della sottoveste di Gerda a sedurre Einar, e la stessa delicatezza si ripete nei tessuti con cui poi Lili sceglie di vestirsi, nella sciarpa che da elemento utilizzato per nascondere la mascolinità del collo di Einar diventa simbolo della relazione tra Gerda e Lili fino a liberarsi nei paesaggi che Lili aveva sempre amato.

Delgado ha dichiarato che Hooper gli ha spiegato il film prima e soprattutto come una storia d’amore, e in secondo luogo, è il percorso di Lili, “come è diventata chi era”. Di fatto, la libertà di identità è fortissima, evidenziata non solo dalle interpretazioni di Redmayne e Vikander, ma anche nei costumi, trucco e parrucco e scenografia di ogni singola scena. Nell’anno in cui Caitlin Jenner ha conquistato la copertina di Vogue, mi ha lasciato comunque perplessa la scelta (mossa destinata a raccogliere diversi premi), anche per un film con una storia produttiva complicata (il primo progetto è del 2004) di affidare il ruolo di Lili a Eddie Redmayne, bravissimo e androgino al punto giusto, certo, ma sarebbe stato forse più edificante e significativo dare quest’importante ruolo a un’attrice transgender: la prova di Redmayne spezza il cuore, e la recitazione perfetta supera qualsiasi barriera (ricordate Cate Blanchett che fa Bob Dylan in Io non sono qui?, o Felicity Huffman in Transamerica? ), ma rimane che dando il ruolo a un uomo si perde un po’ di credibilità, e si è persa una bella occasione.

(per chi vuole altre cose nelle interviste di Paco Delgado su Harper’s BAZAAR e WWD)
immagini Focus Features

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