Jane Eyre (quello con Fassbender che fa gli occhioni)

Nel quale ammetto pubblicamente di non aver mai letto il libro, ma un po’ che anche questo Jane Eyre è candidato all’Oscar per i migliori costumi, un po’ che ho un debole per i drammi ottocenteschi. Il costumista Micheal O’Connor è uno che si è costruito una buona reputazione sia in teatro che in film di ambientazione storica (ha già vinto un Oscar per The duchess), e questo Jane Eyre forse non supera né Hugo né The Artist, ma in questo film chapeau. bravo. bello.  continua a leggere

Anonymous (non gli hackers, il film)

Anonymous, di Roland Emmerich, è un film di cui avrei fatto volentieri a meno. Neppure Vanessa Redgrave, una che è cresciuta a pane e teatro elisabettiano, riesce a farmelo piacere. Intanto parte dal presupposto che Shakespeare fosse un impostore, e a Shakespeare siamo tutti affezionati, quindi questo film già è antipatico a prescindere; in più l’idea che fosse un triste nobile ex-amante della Regina Elisabetta, e non un poveraccio, riesce nell’intento impossibile di farci rimpiangere Shakespeare in Love. Anche se l’interpretazione dello Shakespeare canaglia e cialtrone, attore con la panza e l’occhio vispo da birra, è più simpatica dello Shakespeare Joseph Fiennes, detto anche colui che ha lasciato tutto il talento a suo fratello (dai l’avete visto Flash Forward, maperpiacere).

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The Artist

(2011, Michel Hazanavicius)

The Artist è un film divertentissimo. Lo premetto perchè il fatto che sia un film muto può spaventare i più. Davvero, invece no. Porta avanti una storia curiosa e sebbene non troppo originale, forse didascalica, la magia che avvolge tutto il film è bella e commovente, e il finale è perfetto.
E poi IL CANE. Il cane è favoloso.
Comunque, parliamo di vestiti; Mark Bridges ha già vinto il BAFTA, e gli anni 20 vanno un casino quest’anno, da Midnight in Paris alle passerelle di Gucci e dell’Alberta Ferretti.

Un film muto parla solo per immagini, perciò tutti gli aspetti visivi sono ancora più sottolineati. Gran parte dell’evoluzione e del percorso compiuto dai protagonisti, George Valentin e Peppy Miller, è raccontato attraverso i loro abiti.
George è un attore di muto che non riesce ad accettare che il mondo del cinema stia cambiando grazie all’introduzione del sonoro. Lo vediamo all’inizio come una vera star, con frac e cappello a cilindro lucido, sparati bianchi, papillon impeccabili, capelli gelatinati. Man mano che il suo inesorabile declino si spinge verso la disperazione, passa a indossare abiti sempre meno vistosi, in particolare un completo tre pezzi di lana che a un tratto sembra essere l’unico abito rimastogli, dopo aver messo tutte le sue cose all’asta, incluso frac e cappello, tanto che, verso il finale, lo vediamo sognante a specchiarsi in una vetrina di abiti da cerimonia, per immaginarsi di nuovo elegante, in scena.

Peppy segue invece il percorso opposto, da impacciata cacciatrice di autografi a star del cinema “parlato”, percorso in cui parallelamente a George i suoi abiti la seguono, passando dalle prime scene in cui indossa semplici capi di rayon a più eleganti completi di seta e crepe de chine. Quando inizia ad avere successo, gli abiti di scena assomigliano sempre di più ai suoi abiti quotidiani, in particolare grazie al sapiente uso degli accessori. In più HA LE PELLICCE. Segno incontrastato di benessere e ricchezza.

Una delle prime inquadrature di Peppy è sulle sue scarpe, nella folla che attende George fuori da un cinema; non hanno nulla di diverso da quelle delle altre ragazze intorno, mentre successivamente al debutto di Peppy da protagonista la vediamo provare modelli molto più vistosi e sofisticati.

Una delle scene che ho preferito è l’incontro tra Peppy e George sulle scale della casa di produzione: Peppy ha appena firmato il contratto, George sta per essere messo da parte. La costruzione della scena, con Peppy che sale e George che scende, lei con uno svolazzante abito leggero, lui con il tre pezzi di lana, sottolinea ancora di più la differenza dei loro percorsi, e la freschezza, il nuovo, rappresentati da Peppy contrapposta al vecchio, alla pesantezza di George e del mondo al quale vuole rimanere legato:

Mark Bridges, costumista di The Artist, svolge un ottimo lavoro di ricerca in questo film, dove tutta la ricostruzione storica è perfettamente curata, ed evita di ripescare abiti in stile anni 20 da epoche successive. Gli abiti, gli accessori, sono semplicemente PERFETTI. Le comparse hanno dettagli che cambiano a seconda dell’anno in cui si svolge la scena, i tessuti e le fantasie sono ricercate e coerenti. La lunghezza degli orli degli abiti di Peppy e il taglio dei completi di George, insieme ad altre accortezze (non viene mai usato lo zoom, perchè nei film muti non c’era, così come il formato video è quello classico) rendono ancora più credibile il film.
Si sa che in questi casi i capi originali d’epoca sono destinati alle comparse o riprodotti in tessuti attuali per gli attori principali, a causa dell’usura (non mi è difficile immaginare un abito di paillettes degli anni 20 che si rovina con il tempo); secondo IMDB gran parte degli abiti sono stati confezionati da Leluxe clothing, una sartoria specializzata di Hollywood, sul cui sito si riconoscono alcuni dei costumi di Peppy.

Forse l’Academy pensa che nei film contemporanei gli attori si portino i vestiti da casa

Colleen, con te lavorerei anche aggratis

Tra poco ci saranno le premiazioni degli Oscar, e anche quest’anno i cinque film candidati per Best Costume Design sono tutti cosiddetti period film*, nello specifico The Artist (Mark Bridges), Anonymous (Lisy Christl), W.E. (Arianne Phillips), Jane Eyre (Micheal O’Connor), Hugo (Sandy Powell).
Se da un lato capisco che in un film di ambientazione non contemporanea (o fantasy) sia di fatto più facile notare e farsi stupire dai costumi, mi dispiace per il lavoro di tutti i reparti costumi che ottengono ottimi risultati in film contemporanei e vengono puntualmente ignorati dall’Academy. Per esempio tra i film più recenti mi sono piaciuti molto i costumi di Uomini che odiano le donne, Hanna, o Drive. Ovvio che il costume contemporaneo deve raccontare un personaggio tanto quanto quello storico/fantastico, ma per forza di cose si nota meno. Mi piacerebbe ogni tanto che a vincere un premio Oscar per i costumi potesse essere anche un film con un budget più basso di quello di un drammone storico o un kolossal fantastico.

Personalmente non so per chi fare il tifo, anche se tra i cinque il film che mi è piaciuto di più è The Artist (che ha già vinto il BAFTA Award per i costumi).
L’anno scorso ha vinto Colleen Atwood per Alice in Wonderland, che aveva già vinto due premi per Chicago e Memorie di una Geisha.
Ieri sera invece sono stati consegnati i premi della Costume Designer Guild a Los Angeles, in cui hanno vinto Arianne Phillips per W.E. (Excellence in Period Film),  Trish Summerville per Uomini che odiano le donne (Excellence in Contemporary Film) e Jany Temime per l’ultimo Harry Potter (excellence in Fantasy Film).
Per la televisione sono stati premiati Downton Abbey, Glee e Boardwalk Empire.

*period film in italiano di solito si traduce con l’espressione film in costume. Come se gli altri film non avessero costumi.

Basics: Rossella O’Hara

Parlare di costumi cinematografici a prescindere da Via Col Vento e quegli ingombrantissimi abiti è impossibile, perciò cominciamo da Via Col Vento.
Da Miss Rossella.

(I costumi sono firmati da Walter Plunkett, autocandidatosi per il progetto del film.
Per approfondimenti sui costumi di Via col vento, suggerisco la pagina del Harry Ransom Center di Austin, Texas, dove sono conservati alcuni abiti in fase di restauro grazie a donazioni – stavano andando a pezzi)

non fatevi ingannare dal bianco

La prima volta che Rossella compare in scena è in bianco, con delle balze esagerate. L’abito è chiuso fino al collo, verginale, eppure gli accessori (i fermagli, la cintura) sono rossi, segno che la personalità della nostra protagonista contiente già una passione appena accennata, ma pronta a emergere: alla merenda dai Wilkes infatti si presenta con un abito “troppo scollato” (secondo Mammy), con le braccia scoperte, con un cappello più grande di tutti gli altri:

melania, non volevo assolutamente farmi notare

Al contrario di Rossella, la buona Melania indossa colori spenti, ha i capelli raccolti, le maniche lunghe. Il contrasto dei due abiti rispecchia il conflitto tra i due personaggi. Dove Rossella è appariscente, Melania è dimessa; Rossella è problematica, Melania tranquilla e devota; Rossella si sposa per dispetto e Melania per amore.
(qui è dove tralascio l’abito da sposa se no non ne usciamo più, il film dura più di tre ore)

il sentito lutto di Rossella

Rossella porta il lutto per la morte dell’inutile primo marito controvoglia e si vede, riesce ad essere appariscente anche in nero, con un abito che è solo una versione nera delle vesti da ballo delle altre (nel frattempo ci sono zie che svengono). La vediamo andare in stazione con Melania a ricevere Ashley, di ritorno dalla guerra, con il cappello verde che Rhett le porta da Parigi, esagerato rispetto al berretto e alla mantella di Melania, vestita di lana:

Nel frattempo ad Atlanta c’è la crisi, altro che “vinciamo in un mese”: la guerra di secessione spinge anche Rossella a seguire Melania nel volontariato, e, per la promessa fatta ad Ashley, ad assisterla durante il parto e dopo, portandola con sè a Tara, con l’aiuto di Rhett.

zia MA CE LA FAI?

In un momento in cui vediamo perfino Rossella, solitamente superficiale e insofferente, vestirsi umilmente per aiutare i feriti in ospedale, la zia rappresenta perfettamente quella che Rhett descrive come la fine di un epoca e di un mondo. Mentre Atlanta e il sud cadono a pezzi, c’è chi si mette in viaggio con pizzi e cappelliere.

A Rossella invece è rimasto un solo vestito, con il quale la vediamo dal parto di Melania all’improvvisa fuga da Atlanta, fino al cercare di risollevare le sorti di Tara alla fine della guerra, vestito che, come Rossella, subisce i danni delle fatiche, della disperazione, della fame.

comunque anche gli altri non è che siano eleganti, eh

Anche alla morte del padre, alla quale non è dedicato molto tempo, Rossella e gli altri restano vestiti allo stesso modo, la povertà è tale che non ci sono gli abiti da lutto. Quando però si tratta di presentarsi in pubblico, anche se di fatto in cerca di aiuto, l’orgogliosa Rossella non può rinunciare alla presentazione, ed ecco l’intuizione di trasformare in abito e accessori le tende, passamanerie comprese.

quando il gioco si fa duro...

La tenda diventa abito e accessori, cappello, borsa, cintura: la cura con cui Rossella si presenta a Rhett è disperatamente vivace e dignitosa; sarà anche stato fatto riciclando gli arredi, ma la tenacia di Rossella nella lotta per la sopravvivenza della sua piantagione è forte e si riflette nel mantenimento dell’aspetto da alta società.
E se l’abito non conquista l’aiuto di Rhett, è abbastanza per conquistare il fidanzato di sua sorella.

che palle fingere di essere triste

Il matrimonio con Franco è l’inizio della rinascita e del benessere per Rossella, il negozio e la segheria hanno successo e basta qualche minuto con diversi cambi d’abito a far capire che Rossella sta bene, così bene che guida la carrozza da sola. Tornata vedova, il lutto è solo una seccatura.

du stracci

Solo con il terzo matrimonio, Rossella si lancia nella vera e propria ostentazione, sia nell’arredamento della casa, sia nell’abbigliamento. Il matrimonio in sé non si vede, ma ancora i cambi d’abito si fanno sempre più frequenti e sempre più lussuosi. Ci sono sete e tessuti scintillanti, piume, pellicce, accessori e gioielli in ogni occasione. Rossella è diventata una signora ricca, e ci tiene a dimostrarlo in ogni momento. La vediamo anche togliere dalla valigia le calze, di cui Rhett le aveva parlato durante la sua prima vedovanza, tornando da Parigi. Rossella è ricca, appariscente e alla moda. Curioso che sia in bianco quando cerca (per l’ennesima volta) di sedurre Ashley.

ci vai alla festa, e ci vai VESTITA DA ZOCCOLA.

Rhett spedisce a forza Rossella alla festa di Melania, alla quale lei non vorrebbe nemmeno partecipare, e le sceglie l’abito più vistoso del guardaroba. E’ un abito che già guarda al novecento, rosso, che di nuovo si contrappone alla sobrietà di Melania e delle altre invitate. Gioielli e accessori sottolineano la forzatura di Rhett su Rossella per rivelarsi (e vestirsi) per quello che è, una donna con un forte bisogno d’attenzione (non la sua, EH).

Ed è sempre il rosso il colore che racconta la Rossella solitaria (e, ci viene suggerito, ALCOLIZZATA) che si alza di notte, lasciando la stanza da cui ha escluso il marito, come dice Rhett, “per sognare di lui (Ashley) in solitudine”. Sempre innamorata, la passione con cui si dispera, la pesantezza della scena è la stessa di quel velluto, di quel rosso scarlatto da muleta (no, non è didascalico, penniente)

Anche in convalescenza dopo la caduta dalle scale e l’aborto, la nostra insopportabile eroina non rinuncia ai sobri orecchini diamantati grossi come lampadari. Peccato che poi la figlia MUORE.
(tanto l’avete visto tutti)

TARA!

E infatti nelle ultime scene finali, riecco Rossella in lutto, in nero, questa volta più sobria ed elegante, per interpretare la chiusura del film: la morte di Diletta prima, di Melania poi, infine la realizzazione che l’amore per Ashley non aveva mai avuto ragione d’essere, e che Rhett, l’unico ad averla davvero capita, davvero amata e soprattutto, assecondata con una pazienza esasperante, la sta lasciando definitivamente.

Oddio, definitivamente: after all, tomorrow is another day.

So here it is

Faccio l’assistente costumista, quando non lavoro in tv guardo la tv e i film.
Pensavo di aumentare la produttività di tutto il tempo che passo davanti allo schermo passando da “intanto mi metto lo smalto” a “parliamone”.
Si parlerà soprattutto di come sono vestite le persone nei film e nelle serie tv, sia i belli belli belli in modo assurdo sia quelli che sembrano aver litigato con la stylist.

Spero di non annoiarvi.