Shameless: brits do it better?

Non ho mai compreso la necessità degli americani di rifare le serie tv inglesi. Capisco la voglia di averci pensato per primi, o il fatto che la lingua british sia difficile da capire per l’americano medio, specie quando non è l’inglese di Oxford ma un brutto periferico accento di Manchester, ma Shameless è una bellissima serie (del 2004 and counting) di cui ho visto le prime due stagioni – piangendo e ridendo tantissimo – soprattutto perché continuavo a sentirne parlare, e di cui mi sono sinceramente chiesta: americani, ce n’era bisogno?
Anche perché dopo il primo episodio ho capito che tutti parlavano della serie americana (del 2011). Della quale mi sono fermata al primo episodio. Segue spiegone.

Nel trasportare la storia della scombinata famiglia Gallagher da Manchester a Chicago gli autori ricalcano esattamente lo stesso script con alcune piccolissime variazioni, eppure il primo episodio non mi ha convinto; mi sono chiesta se fosse perché conoscevo già lo sviluppo della trama e i personaggi, o perché sono generalmente di parte verso qualsiasi cosa venga dal Regno Unito, o perché nella serie inglese uno dei protagonisti è James McAvoy e quella americana è troppo recente e sono tutti ragazzini. La verità è che non mi ha convinto il contesto: se il sistema sociale inglese permette effettivamente di vivere senza lavorare e sopravvivere sui sussidi di disoccupazione, senza entrare nel dettaglio, dagli americani, ehm, non è così. E il remake non mi ha comunicato lo stesso senso di disperata rassegnazione alle frustrazioni della vita che mi aveva subito fatto apprezzare i personaggi inglesi.
Il vivere arrangiandosi dei Gallagher americani sembra strampalato perché inserito in un contesto in cui la sensazione di povertà e bisogno della famiglia è esplicitata da due dettagli, la colletta tra i figli per pagare una bolletta prima, e la menzione poi del fatto che non pagano l’affitto da mesi. Ma nell’aspetto visivo della serie, non sembrano passarsela abbastanza male.

continua a leggere

Advertisements

W./E., “dress better than anyone else”

Arianne Phillips è da più di quindici anni la stylist di Madonna, regista del film, ma è anche – o soprattutto – la costumista di Walk the line e A single man di Tom Ford. Il suo lavoro nel vestire W./E., dramma romantico e struggente è sottolineato dalla fotografia che non trascura i dettagli, e dalla regia di Madonna, su cui non c’è bisogno di dire quanta attenzione dedichi al proprio look e alla moda.

La storia di Wallis Simpson e di Edward, che rinuncia al trono d’Inghilterra per lei, è per Wally Winthrop, ventottenne borghese contemporanea, una favola in cui rifugiarsi dalla crisi del suo matrimonio; ed è proprio grazie a Wallis che Wally, cercando un’immedesimazione, matura e realizza che c’è un punto di vista per ogni storia, felice o infelice.
continua a leggere

Fright Night: vampiri e baracconate

A seguito di una lunga e accesissima discussione con alcune amiche riguardo a Twilight (indovinate se io sono una fan di Twilight? bravi) e True Blood, e soprattutto questa cosa LOL che qualsiasi film o serie tv sui vampiri successiva ai libri di Stephenie Meyer contiene una battuta o un riferimento che dissocia il film o serie in questione da Twilight, avevo pensato di scrivere un post diverso dal solito, e anziché dirvi dei costumi di un film specifico, fare un generico post sui costumi dei film e serie tv a tema vampiri.
Epperò.
Secondo Wikipedia Dracula da solo è il secondo personaggio al quale sia stato dedicato il maggior numero di film (il primo è Sherlock Holmes), quindi farne un post unico è fin troppo impegnativo. Quindi mi sto dedicando per voi a guardare un sacco di cose con i vampiri di cui vi dirò man mano e ciò potrebbe o non potrebbe concludersi con un post riassuntivo.
(Anticipazioni: la saga di Underworld, quelli fighi di True Blood, Ian Somerhalder).
Uno dei film del genere che non avevo ancora visto era Fright Night, questo del 2011. Come al solito (prima o poi mi metterò in pari) non ho visto l’originale, quindi parliamo solo del remake.
continua a leggere

Thor

Che gran figo questo Thor, lo dico subito, a scanso di equivoci: Chris Hemsworth è figo.
Ed è decente anche il film: Kenneth Branagh, regista e attore tutto Shakespeare, riesce a fare un buon film action e fantasy sulla base di un fumetto in giro da 50 anni basato sulla mitologia nordica che si svolge in parte sul pianeta Terra in tempi attuali compatibili con gli altri film Marvel di questo ciclo E ci mette ugualmente Shakespeare in mezzo, e il tutto – wait for it – funziona. Eppure è la storia di un palestrato con un martello spaziale che scatena tempeste.
Lasciando da parte l’immaginario oscuro e intimista di film come Watchmen, Sin City e The Dark Knight (che comunque mi piace un casino) Thor è molto più vicino al comic-action-fantasy degli Iron Man (infatti attendo con impazienza l’uscita di The Avengers).
I costumi, di Alexandra Byrne, premio Oscar per Elizabeth: The Golden Age, riflettono tutte queste complicazioni con coerenza e attenzione particolare eccetera eccetera bla bla ricerca bla… che figata.
continua a leggere

Young Adult: bitch please?

Charlize Theron fa la drama queen antipatica in questo film di Jason Reitman, ben scritto da Diablo Cody ma che non mi ha particolarmente coinvolto. Forse perché non riesco a impietosirmi davanti a un personaggio tanto disperato e cinico: presunta ragazza di successo emigrata in città torna al paesello per scoprire che si sente tanto migliore mentre invece non lo è, oppure no, oppure vaffanculo, eccetera.
In questo caso però la ragazza in questione è un’immatura, alcolizzata e depressa: lo scenario non è Carrie Bradshaw va in campagna, non è una nostalgica storia di pesci fuor d’acqua; è un personaggio complesso che non riesce ad accettarsi e ad accettare la sua vita, e tanto per toccare il fondo, torna al paese per riprendersi il suo fidanzato del liceo. Ex ragazza più popolare della scuola, parte per la città per fare la scrittrice, ma finisce a Minneapolis (che non è New York) a fare la ghost writer.

continua a leggere

Crazy Stupid Love e il concetto di figo da bar

(inizio lunga premessa)

“I work Dirty Dancing into the conversation[…]”
“Why Dirty Dancing, what do we do, do we watch it?”
“You know the big move at the end of Dirty Dancing, when Patrick Swayze picks up Jennifer Grey?”
“yeah?”
“I can do that”.
“…ok…”
“So I tell girls I can do the move, i put up the song, Time of your life, I do the big move, and they always wanna have sex with me“.
Oh my god, that’s the most ridiculous thing I’ve ever heard“.
I agree. But it works every time“.

Sarebbe facile dire che Crazy Stupid Love sia da vedere soprattutto perché contiene quello che tutti diremmo a Ryan Gosling se lo incontrassimo di persona (seriously, it’s like you’re photoshopped), ma ci sono altre cose che lo rendono un film interessante: intanto ci sono diversi dialoghi parecchio ironici e non necessariamente banali.
Si diversifica dalle solite commedie romantiche in cui tizio e tizia belli belli belli in modo assurdo (ma uno dei due è per qualche motivo sfigato o si crede un cesso) si innamorano perchè in questo caso i due belli belli belli in modo assurdo ne sono palesemente consapevoli e soprattutto, non sono i protagonisti; il centro della storia è uno smarrito Steve Carrell che diventa figo, e il vecchio stereotipo da teen movie in cui lo sfigato diventa bello e attraente e popular solo grazie a un makeover ad opera di uno più figo viene affrontato in modo meno superficiale del solito.

(fine lunga premessa)

continua a leggere

We need to talk about Kevin

(sì, in questo periodo guardo solo film deprimenti per potermi dire meno male arriva la primavera)
We need to talk about Kevin è un film triste e astratto.
Astratto sia perché nessun genitore guarderebbe crescere un figlio così senza mai chiedergli “ma perché mi odi così tanto?” o portarlo da uno bravo, sia perché l’atmosfera è quella di un film d’arte costruito da immagini evocative e simboliche, forse troppo. La fotografia, la scenografia e i costumi di Catherine George illustrano un racconto quasi sospeso nel tempo, immagino anche perché la paura che tuo figlio sia, semplicemente, cattivo – una brutta, brutta persona – ce l’ha qualsiasi genitore da sempre.
continua a leggere