Maleficent

Tanti anni fa facevo da babysitter a due bambini con cui guardavo circa quattro film Disney a settimana: la bella addormentata nel bosco era quello che non sceglievano quasi mai perchè erano terrorizzati dalla strega. Adesso non mi ricordo molto bene se nel cartone animato originale ci sia mai un riferimento a Malefica come “la strega”, ma ehm, da piccola, faceva paura anche a me.

La prima cosa che mi ha stupito di Maleficent (Robert Stromberg, 2014), quindi, è che mentre il materiale promozionale del film era molto chiaro nello stabilire un legame con l’immaginario del cartone animato, la prima immagine di Maleficent bambina ci tiene a stabilire il contrario: questa qui ha le corna e le ali da drago, ma è una fata. Fata. Senza petali in testa e vestiti di fiori colori pastello, senza ali da farfalla.

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Quello che si nota immediatamente dei costumi di Maleficent sono le textures: pelle e ossa e semi e elementi tutti legati ai boschi e alla natura, sia nei materiali che nei colori (sono stati utilizzati, oltre che pelli vere, denti e ossa autentiche). La scelta piuttosto scontata di evolvere i colori verso il nero in parallelo con la crescita del personaggio mi ha ricordato quella fatta per Charlize Theron in Biancaneve e il cacciatore, altra cattiva Disney rielaborata per il cinema con gli attori.

Oltre che nei colori anche con questo personaggio infatti le strutture diventano più scolpite e rigide, fino al pre-finale con dei pantaloni da Catwoman (faccio parte di quella generazione che se vede dei pantaloni di pelle pensa immediatamente a Catwoman, e la colpa è di Tim Burton). Fino a quel momento la silhouette di Maleficent rimane più o meno la stessa, con i mantelli lunghi a sostituire le forme delle ali, mentre nella battaglia finale Maleficent rivela le sue vere forme e il suo ruolo animalesco e selvatico.

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Tra i cambi di Angelina Jolie devo dire che quello che più mi è piaciuto, banalmente, è quello che indossa nella scena in cui si imbuca al battesimo per regalare la sua maledizione alla neonata Aurora: che tutti i costumi siano basati su quell’immagine creata a suo tempo da Marc Davis, con quelle corna lunghe e i mantelli lunghi, e quei colli così vistosi, è chiaro per tutto il film, ma è in questa scena che si vede con più chiarezza.

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cioè, quel mantello sembra di pelle plissettata. Wow. Perché a differenza degli abiti rigidi e chiusi di Charlize Theron in Biancaneve e il cacciatore, nonostante la drammaticità delle strutture e il peso dei materiali, tutti gli abiti di Jolie sono molto movimentati, fino a sostituire le ali perdute (scena preferita: Angelina che prende a schiaffoni l’esercito del re).

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I mantelli sono sempre drammatici, aggiungono a qualsiasi personaggio una gestualità di mistero e fredda eleganza (avete mai provato a muovervi con un mantello?), ma nelle scene in cui Maleficent gira per i boschi cercando di salvare Aurora e crescerla “nonostante” le tre fatine, sembra anche che lo usi come autodifesa, uno schermo per non mostrare alla ragazza chi è veramente.

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Un altro pezzo che ho trovato strepitoso è il turbante di pelle di serpente, molto azzeccato rispetto al momento in cui viene indossato. Ma la cura dei dettagli è eccezionale sotto ogni aspetto, e si perderebbe la testa a studiare ogni anello, ogni scarpa o ogni pezzo (le unghie con l’interno rosso come delle scarpe di Loboutin!).

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Le corna, i copricapi e gli abiti del personaggio di Maleficent, soprattutto i mantelli e le loro decorazioni sono dove si perdono un po’ i credits del film; la firma, e la nomination all’Oscar (abbastanza scontata) sono di Anna B. Sheppard e Jane Clive , ma nei titoli di coda che scorrono (sotto Once upon a dream cantata da Lana Del Rey, awww) c’è una sezione dedicata a “Maleficent Costume”: cercando informazioni, secondo alcune fonti è stata Jolie stessa a scegliere e mettere insieme i designers del Maleficent Team (Rob Goodwin, creatore di cappelli haute couture, Manuel Albarran, designer concettuale di corsetteria e pelle, e il modista Justin Smith); secondo altri articoli sono stati selezionati da Sheppard. Un altro articolo addirittura cita solo ed esclusivamente Manuel Albarran come costumista senza alcuna menzione a Sheppard; ancora, Harper’s Bazaar intervista Oliver Garcia come costumista. Da quello che ho capito io, Sheppard è arrivata sul progetto con sole otto settimane di preparazione per l’intero cast, e mentre gestire i costumi per un film così ambizioso a livello di immagine è sempre e comunque un lavoro di squadra, ed è chiaro che la paternità di ogni pezzo sia discutibile, quello che emerge abbastanza nettamente dalle varie fonti già nominate è che Angelina Jolie ha contribuito particolarmente in prima persona alle scelte nel design e nella preparazione dei suoi costumi (del resto quando una è spesso la regina dei red carpet, una o due cose sul look le sa), in particolare sul numero di cambi e sul trucco speciale che accentuasse i suoi lineamenti, cosa che all’inizio il team del trucco non si era azzardata a proporre.

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La creazione di due mondi così diversi come il regno delle fate e il regno umano, nel quale si avvicendano due corti diverse, la prima molto basata sul rosso e l’oro in termini di colori e materiali, la seconda più buia e cupa, che passa dal blu al nero, e al ferro, seguendo l’evoluzione di Stefan, trova una singolarità nei costumi di Aurora (Elle Fanning), che invece non richiamano per nulla i riferimenti del cartone animato:

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Se Marc Davis aveva creato per l’Aurora disegnata delle forme a clessidra da Audrey Hepburn e quel bizzarro abito con la scollatura scesa oltre le spalle, per Sheppard è fondamentale che in questa versione della storia Aurora sia legata al mondo dell’innocenza, alla sua crescita nella campagna circondata da boschi, animali e creature fantastiche. I suoi vestiti sono probabilmente cuciti e confezionati dalle tre fate matte, quindi tutti i tessuti sono naturali, e i colori chiari e sbiaditi, apparentemente tinti a mano, sottolineano sia il suo legame con il mondo delle fate, sia la sua estraneità alla corte e alla sua oscurità. Sparito anche il cerchietto, che Sheppard avrebbe voluto sostituire con delle corone di fiori e semi artigianali, saltati in fase di preparazione. Le maniche sono sempre lunghe quasi a coprirle le mani e le forme sono ispirate agli abiti rinascimentali di corte.

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Nel momento in cui incontra Maleficent, anche Aurora indossa un mantello molto simile a quello indossato dalla fata nella scena in cui perde le ali, come se vedendola potesse ricordarsi di quel tempo di innocenza prima che le azioni di Stefan la rendessero cattiva. Il richiamo in termini di colore c’è anche nell’abito oro scuro che Maleficent indossa quando cerca di liberare la ragazza dalla maledizione.

maleficent-255x235Sapete che le nomination agli Oscar mi lasciano sempre… annoiata rispetto alla banalità delle scelte, e come previsto Maleficent la nomination per i costumi se l’è presa. L’unica, perchè non ce l’ha invece per Make Up & Hairstyling, che invece è un peccato (dettagli sul trucco, le protesi e le corna magnetiche qui). Certo questo film ha dei costumi spettacolari nel senso più letterale del termine, e pensare che sono stati preparati in otto settimane aggiunge valore al lavoro di Sheppard e del suo reparto. Non ho ancora visto tutti i film candidati per i costumi, ma per ora io tifo per Milena Canonero e Grand Budapest Hotel, che spero vinca TUTTO.

immagini ©Disney 2014

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Captain America – The Winter Soldier

 

Intanto, ma il titolo? Vedi un trailer con una scena (già vista parecchie volte, tra l’altro) di un cattivone che ferma il traffico (apro una parentesi su QUANTA GENTE A CASO MUORE IN QUESTO FILM), maschere braccia metalliche eccetera, lo metti nel titolo, e poi: uno, il cattivo principale in realtà è Robert Redford (per esclusione) e i nazisti*, due, il cattivo figo non è poi così figo. Continue reading “Captain America – The Winter Soldier”

The Wolf of Wall Street

Difficile concentrarsi sui costumi in un film dove ci sono nani che vengono lanciati, pesci rossi inghiottiti e ragazze rivestite di mazzette di denaro, eppure la ricostruzione di Wall Street negli anni 90 ad opera di Sandy Powell merita un paio di note. (questo l’ho scritto prima che questo post diventasse logorroico).

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Her

images-15Vi ricordate Gattaca, e il suo futuro vestito anni 40? Chi l’ha detto che il futuro debba essere per forza metallico, blu, argento, scintillante di texture lucide e robotiche (come parecchi abiti passati sul red carpet dei Golden Globes: davvero, perchè)? Voglio dire, pensate a come dovremmo essere vestiti l’anno prossimo secondo Ritorno al futuro. Casey Storm, costumista di Spike Jonze per Her, costruisce invece un ambientazione confortevole, ricca di richiami al passato e densa di palette di colori caldi che si contrappongono delicatamente alle scene, quelle sì metalliche, piene di vetro, grigie, artificiali. Retrofuturismo allo stato puro, uno schema stilistico spesso impiegato dai registi per rendere il proprio mondo futuristico più convincente (come appunto in Gattaca), in cui il passato aiuta a immaginare un futuro che non sembrerà mai datato e un mondo slegato dal presente in cui è stato concepito. (come ad esempio il futuro anni 80 di Ritorno al Futuro). Si ha così la netta impressione di trovarsi in un mondo irreale, ma senza distrazioni.

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#SherlockLives

Sherlock-season-3-Benedict-CumberbatchAdoro Sherlock. E ho trovato l’episodio di apertura della terza stagione davvero divertente e fatto bene, ho trovato molto intelligente il modo in cui hanno gestito il fatto che per due anni i fan della serie non hanno fatto altro che inventarsi teorie su come avrebbero spiegato la finta morte di Sherlock Holmes, così come il budget nettamente più alto concesso alla serie è stato speso molto bene (la mia sarà anche deformazione professionale, ma la BBC è pur sempre una televisione pubblica e per tutta la scena della tube continuavo a chiedermi cosa avessero ricostruito e cosa avessero girato nella tube vera e propria). La cosa forse che aiuta di più la serie, oltre al casting eccezionale, è la durata più lunga del solito, che permette agli autori di espandere argomenti e scene senza dover ricorrere a espedienti frettolosi per chiudere in quaranta minuti tirando tutte le fila. Ho apprezzato anche i rimandi alla fanbase, soprattutto la ragazza che si inventa il finale romantico tra Moriarty e Sherlock. Anche perché vorrei sentire le altre tredici opzioni. 
Insomma, bello.

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American Hustle

american-hustle1 Meraviglia. Film bello e divertente ma non si riesce a staccare gli occhi dalla meraviglia dei costumi di American Hustle (2014), di David O.Russell (autore del riuscitissimo adattamento di The Silver Linings Playbook lo scorso anno). Michael Wilkinson, costumista di un mucchio di cose molto belle che avete visto tutti, raggiunge un livello di cura dei dettagli e caratterizzazione dei personaggi davvero altissimo con la sua riproduzione degli anni ’70 per il cast davvero azzeccato di questo gioiellino di film che rischia di diventare un gran bel classico (di quelli belli lunghetti da non guardare la sera tardi, ma bello comunque nonostante qualche parte un po’ pesante).

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